L’uva di Enrico Letta

Governo: fredda e veloce stretta di mano tra Renzi e LettaQua si è piuttosto preoccupati per la deriva comportamentale di Enrico Letta. Che è giovane dopotutto e potrebbe giocarsi le sue chance di rivincita, ma che si sta irrimediabilmente prodizzando. O dalemizzando, fate voi. E non è un buon segnale.

Intervistato oggi da Monica Guerzoni del Corriere della sera spende tutta la prima parte a sottolineare la propria cifra internazionale (Libia, Europa, Turchia). Certo, il contesto orienta le domande della giornalista: l’ex premier si trova infatti a New York per aprire il forum di Change the world al Palazzo di Vetro.

Però si ha come la sensazione che Letta giochi a fare il D’Alema che quando gli chiedi qualcosa sulla politica italiana esordisce sempre parlando di Iran o di socialismo europeo o di quella volta con Condoleeza, salvo poi piazzare due colpi da ko che denotano una certa dose di partecipazione alle vicende italiane, diciamo.

O come Prodi-il-padre-nobile, quello che va e torna spesso dalla Cina, quello che “in Paesi dove il costo della mano d’opera è più basso come Myanmar, Vietnam, Bangladesh” eccetera, quello che prima che politico è un economista. Salvo poi – pure lui – cadere nella trappola della volpe e l’uva: cosa vuoi che me ne freghi dei grappoli italiani, a me?

Solo che Letta fa un po’ specie. Perché avrebbe modo di giocarsela diversamente. Gli chiede, la giornalista: “Andrà alla direzione del partito democratico lunedì? E lui, secco: “Ho lezione a Parigi”. Capito? A Parigi. Io insegno a Parigi, qual è – secondo lei – la percentuale di interesse per Renzi e per il Pd? Zero. Solo che poi si fa scappare una stilettata al curaro degna della miglior tradizione democristiana.

Eccola. Giornalista: “Come voterà al referendum di ottobre?”. Letta: “Premesso che il mio governo impostò il lavoro per il superamento del bicameralismo, quando tutti i dati saranno chiari, dirò come la penso. Ma non mi sento di criticare Renzi per aver deciso di investire su questo tema. Lo stesso fece Berlusconi sul referendum del 2006, anche se poi lo perse”.

Traduzione: quando tutti i dati saranno chiari, dirò che è una riforma raffazzonata e vagamente berlusconiana; Renzi perderà e – visto che ha investito molto su questo tema – si dovrà dimettere. E io riuscirò finalmente ad agguantare quel grappolo succoso che non riesco a togliermi dalla testa.

La differenza tra Veltroni e D’Alema

ROMA, TEATRO BRANCACCIO . PARTITO DEMOCRATICO

Dopo l’intervista di D’Alema al Corriere della sera è psicodramma. O guerra civile, chiamatela come vi pare. C’è poco da fare, quando parla lui tutti lì a pendere dalle labbra, quelli che lanciano la ola e quelli che “D’Alema non ne ha azzeccata una”. Max si mette a capotavola e i commensali lo guardano mentre taglia il pane.

Che poi – intendiamoci – il boccone avvelenato, più che per Renzi (al quale semmai le critiche di D’Alema giovano), è tutto per la minoranza dem. Si riuniscono e che ti fa il vero leader? Traccia la linea e poi, certo che ci va alla contro-Leopolda, ma a parlare di politica internazionale, diciamo.

Intanto Bersani e Speranza e Gotor e Pippo e Pluto lì – a Perugia, in una specie di sala da pranzo della cresima – a sentenziare che no, noi rimaniamo nel Pd ché le battaglie si fanno da dentro, epperò giù le mani dall’Ulivo. D’Alema gli assesta un calcio negli stinchi e loro si fanno medicare a bordo campo e poi rientrano continuando a ripetere le stesse cose, solo con una benda in più.

La chiave di lettura sta tutta in una frase di Renzi: per ora con Orfini andiamo d’accordo su tutto. Per-o-ra. Sì, perché sono Orfini e i “giovani turchi” il futuro dell’opposizione interna all’attuale presidente del consiglio. Sono Orfini e i “giovani turchi” quelli che raccoglieranno le spoglie di un’eventuale disfatta di Renzi. Non Bersani, non Gotor, non Pluto. E nemmeno il “giovane” Speranza.

C’è però una terza posizione. Più paracula. Più veltroniana, se vogliamo. E infatti è quella di Veltroni. Indicato come una delle eminenze che – al pari di D’Alema e Bersani – dissentono dalla linea dell’attuale Pd, Walter – da par suo – si smarca, si chiama fuori e manda una puntuta (e ambigua) lettera di precisazioni al Corriere della sera.

“Caro direttore – esordisce – il mio nome è stato associato a quello di dirigenti della sinistra che hanno manifestato, legittimamente, ragioni di dissenso rispetto all’attuale linea del Pd. Vorrei solo semplicemente dire che non è vero. Come si sa, per mie scelte personali, non partecipo da anni al dibattito interno della variopinta articolazione di correnti e posizioni del Pd”.

Ecco qua: non sono contro Renzi e le correnti sono “variopinte” e “non partecipo da anni”. Anche se “ho sostenuto e sostengo l’ispirazione di molte scelte assunte, in questi ultimi anni, dal Pd”. Attenzione alle parole: “ispirazione di molte scelte” non è la stessa cosa di “scelte” e in “questi ultimi anni” ci sta dentro un po’ tutto, l’Ulivo, l’Unione, Letta eccetera. Non solo Renzi.

Insomma, il solito Veltroni, quello che con D’Alema presidente del consiglio lavorò sistematicamente al depotenziamento dell’azione del governo. Lo tenga ben presente D’Alema quando attacca Renzi, che – per inciso – sta facendo quello che lui non riuscì a fare perché allora una parte del partito (“variopinto” anche a quell’epoca) si mise di traverso.

E chieda una cosa semplice semplice a Veltroni: stavolta, di preciso, con chi stai?

Hanno ammazzato Baffo, Baffo è vivo (più o meno)

Nell’intervista rilasciata a Cazzullo del Corriere della sera, D’Alema spara a palle incatenate contro Renzi e i renziani, senza lasciare spazio alle intepretazioni: “metodi staliniani”, “siamo oltre l’arroganza. Siamo alla stupidità”, “la cultura di questo nuovo Pd è totalmente estranea a quella originaria”. Roba forte.

La mia posizione su D’Alema, espressa un paio d’anni fa, non è cambiata di una virgola (qui diffusamente e anche qui): quello che ha fregato – lui e la sinistra – è la mancanza di coraggio. E ora il vero dalemiano è Renzi. Punto.

Aggiornamento
Insomma ho come l’impressione che D’Alema urli perché sconfitto, non perché sia del tutto contrario alla strategia di Renzi di allargamento al centro. Critica Renzi perchè sta riuscendo a fare quello che a lui – per varie ragioni – non è riuscito.

Giuliano Ferrara lo spiega sul Foglio:
D’Alema si dà sempre arie di realista e di togliattiano (…) parlare di con disprezzo dell’idea stessa di un partito della nazione è contrario a tutte le premesse della sua ex cultura politica. Dovrebbe saperlo. Il Pci, che era diverso dal Pds, dai Ds o come si sono poi chiamati, ha passato l’intero corso della sua storia alla ricerca di una legittimazione e di una egemonia che quello siginficavano, partito della nazione”.

E anche la difesa dell’esperienza dell’Ulivo è, se vogliamo, un po’ curiosa in uno come D’Alema. La mia idea è che l’ex primo ministro sia diventato ulivista suo malgrado, perchè forse è l’unico modo – oggi – per contrastare chi sta cercando di vincere utilizzando lo schema (giusto) che D’Alema contrapponeva un tempo all’Ulivo. Il problema di D’Alema è che questa cosa non la sta facendo lui, ma Renzi.

Mi faccio aiutare da Roberto D’Alimonte che sul Sole 24 Ore scende nel dettaglio, spiegando come le vittorie dell’Ulivo siano arrivate in realtà più per caso che per disegno strategico (e questo forse D’Alema ce l’ha bene in testa):

Nella ricostruzione dei nostalgici sembra che l’Ulivo sia una specie di epoca d’oro del centro-sinistra (…) L’Ulivo ha vinto due volte le elezioni. Mai da solo. E sempre per caso. La prima volta nel 1996. Allora la coalizione di centro-sinistra comprendeva anche Rifondazione comunista. L’accordo tra il partito di Cossutta e l’Ulivo non era politico ma solo elettorale. Li legava un patto di desistenza. Quel centro-sinistra prese il 44,9% dei voti maggioritari alla Camera. Tutto il centro-destra ne raccolse il 51,3%. Nell’arena proporzionale il distacco era ancora maggiore. Prodi vinse perché i suoi rivali erano divisi. (…) Nel 2006 vinse di nuovo Prodi. Ma fu un’altra vittoria per caso. L’Ulivo c’era anche allora. Questa volta dentro all’Unione. Una coalizione acchiappatutti, composta da 14 liste alla Camera e 20 al Senato. L’Ulivo ne era solo una componente. L’Unione vinse alla Camera per 25 mila voti, ma perse al Senato. È grazie a Tremaglia e agli errori fatti dalla Casa delle libertà nella presentazione delle liste nella circoscrizione estero che Prodi riuscì ad avere un seggio in più di Berlusconi”.

Poi nel 2013 c’è stata la “non vittoria” di Bersani.
Un evento politico traumatico per il popolo del centro-sinistra – scrive ancora D’Alimonte - Renzi è il frutto di quel trauma. Chi lo critica usando strumentalmente il mito dell’Ulivo lo fa perché quel mito serve a nascondere la debolezza elettorale e le profonde divisioni che ancora oggi caratterizzano la frastagliata e litigiosa sinistra italiana (…) Per vincere il Pd deve allargarsi o affidarsi al caso. Renzi preferisce la prima strategia alla seconda. Molti dentro e fuori il Pd preferiscono la seconda. D’Alema tra questi”.

Lo storytelling della luce accesa nell’ufficio di piazza Venezia

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A me il direttore Mauro Felicori che si ferma a lavorare nel suo ufficio della Reggia di Caserta fino a tarda ora non convince del tutto. Intendiamoci, bravo-bravissimo. Soprattutto perché lo fa da dipendente pubblico e Dio sa se ce n’è bisogno. Però trovo ci sia qualcosa di fasullo nello storytelling (si dice così, ora) di questo funzionario weberiano in terra casertana. Superomismo travestito da consuetudine: vedete – ecco il sottotesto – in un paese in cui la regola dovrebbe essere il rispetto del proprio dovere, l’unico modo per raggiungere la normalità è affidarsi ad un solo uomo che si carica sulle spalle il peso dell’esempio e indica la rotta. Com’era quella storia della luce sempre accesa nell’ufficio di Mussolini in piazza Venezia? Che uno si chiede: ma è proprio così? Siamo sicuri che non si riesca a fare il proprio dovere nell’orario di lavoro? Anche perché, in tutte le interviste cui si è sottoposto, nessuno ha mai fatto una domanda semplice semplice, a Felicori: mi scusi direttore, ma, posto che anche chi lavora nel privato alle 20 più o meno stacca, fino alle 21-21.30 lei in ufficio con precisione cosa fa che non si possa fare da casa, magari con un portatile? Secco secco, così. Dopodiché, fanculo ai sindacati che difendono i fancazzisti.

“Così vogliamo riempire il fossato tra eletti e cittadini”

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Ferruccio De Bortoli fa un editoriale e la ministra Maria Elena Boschi gli risponde a stretto giro. Crisi della rappresentanza, democrazia, riforme istituzionali, sistemi elettorali e primarie, débat public, pericoli e risorse del web. Roba spessa. Quindi scusate questo mio gusto di buttarla sempre in caciara.

Ma chi sei Maometto?

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Francamente rimango sempre molto colpito da chi parla di sé in terza persona. Più che la guapperia da alcalde sudamericano è la fiducia sconfinata nella propria intelligenza che mi sorprende. Trovo però che Lucio Presta, manager tv che si presenta come candidato sindaco di Cosenza, esageri un po’.

Non è Presta che è andato dal Pd, ma il Pd che è venuto da Presta”.

Mascia, l’orso e i giganti del pensiero antagonista

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Io a Gianfranco Mascia che, dal punto di vista della comunicazione, imposta la sua campagna per le primarie su un orso (di peluche) e lo porta un po’ dovunque, in giro per Roma, nei dibattiti tv, in conferenza stampa, ecco io a uno così francamente non saprei proprio cosa dire. Sotto il profilo politico, diciamo. Anche perché, fossi un romano, nella scheda non gli opporrei tanto Giachetti o Morassut, ma un classico del pensiero antagonista: il conte Raffaello Mascetti. Quello che “come quando i conti Mascetti andavano fuori con il maggiordomo e un orso bruno al guinzaglio”.

Vogliamo scommettere su chi vince?

Renzi, Verdini e la “ditta”

Il Parlamento applaude Sergio Mattarella nuovo presidente della Repubblica

Forse, più che al congresso del Pd vuole candidarsi a segretario di Ala? Sicuramente avrebbe più chance”. La risposta muscolare della Serracchiani a Roberto Speranza – che, dopo l’appoggio di Verdini alla legge sulle unioni civili, ha chiesto il congresso anticipato del Pd – rasenta la maleducazione.

Tanto che Speranza, replicando a stretto giro sul Corriere della sera, denuncia la “troppa arroganza nel Pd”. Nella stessa intervista l’esponente della minoranza dem risponde anche alla Boschi che aveva osservato (in maniera meno irrispettosa, diciamo) di trovare “singolare che Speranza, che non ha votato l’Italicum, si preoccupi di coalizioni e maggioranze spurie”. Cioè, qual è il problema? “E’ tutto in mano all’elettorato – chiosa la Boschi – non ci sono coalizioni possibili tra il primo e il secondo turno”.

Il sospetto di Speranza però è che l’appoggio di Verdini si possa trasformare in “prospettiva politica” e cioè che – per ottenere il premio di maggioranza con il nuovo sistema elettorale – il Pd a trazione renziana sia tentato di promuovere un patto preventivo con Ala e con i centristi, a discapito della minoranza dem. Che dovrebbe acconciarsi a un ruolo subalterno, a meno che non decidesse di uscire dal Pd, cosa che Renzi ritiene molto improbabile.

Alle prossime elezioni – chiede infatti Speranza – andiamo come centrosinistra o come partito della nazione?” Eccolo il nodo: “Il tema non è la lista o la coalizione. Potresti fare una lista unica con dentro le persone sbagliate o una coalizione con le forze politiche giuste”. E Miguel Gotor, altro esponente della minoranza dem, esplicita il concetto: “Ho difficoltà a sostituire Vendola con Verdini”.

Insomma, la faccenda è tutt’altro che semplice e, messi tra parentesi i muscoli (spiacevoli) della Serracchiani, piacerebbe – invece – ascoltare il parere di uno come Massimo D’Alema che nel 1998 fu eletto capo del governo grazie all’appoggio dell’Udr di Cossiga. Scenari e personaggi diversi, va da sé. E contesti storici non equiparabili (c’era la guerra nei Balcani). Però mi chiedo, forse sbagliando: è mai possibile che la migliore tradizione del fu Pci, il realismo togliattiano, sia incarnata oggi da Matteo Renzi? Ecco, si facciano due domande, Speranza, Gotor e – sì – anche Bersani, il mentore della “ditta”.

Simone Moro e la letizia dell’esplorazione alpinistica

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Simone Moro ce l’ha fatta. È salito sul Nanga Parbat che, insieme al K2, era uno dei quattordici ottomila che ancora resisteva all’ascesa invernale. I tedeschi negli anni Trenta l’hanno chiamata “montagna del destino” ed è conosciuta anche come “mangiatrice di uomini”, un appellativo non certo tranquillizzante. Simone, tanto per capire il tipo, ne aveva conquistate – prima di questa – tre in prima assoluta: lo Shisha Pangma nel 2005, il Makalu nel 2009 e il Gasherbrum II nel 2011.

C’è una cosa che ha scritto l’alpinista bergamasco dopo l’impresa del 2005 e che testimonia il suo modo di intendere la montagna e le imprese in montagna. «Le parole (abusate) “avventura” ed “esplorazione” sono i cardini su cui ho basato il mio modo di vivere l’alpinismo (…) Questo è il vero motivo per cui amo le scalate invernali (…) perché sento che l’obiettivo sia la ricerca dell’ingrediente esplorativo e avventuroso, cioè la ricerca di ciò che mi ha fatto innamorare e mi ha reso felice».

Che è un po’ lo stesso concetto espresso un po’ di tempo fa da Massimo Mila, grande intellettuale e alpinista, per il quale «la montagna è un signore che si serve in letizia. È quella particolare forma di conoscenza geografica che è l’esplorazione e non vale niente obiettare che ormai la Terra è conosciuta in ogni suo angolo, le montagne tutte scalate da ogni versante. Per quanto si sia pericolosamente assottigliato il filo che congiunge l’alpinismo all’esplorazione, rompersi non potrà mai, perché quella è la sua essenza».