Je suis Buffalo Bill, dovendo scegliere

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Rieccoli. Dopo quella sul terremoto, ecco che Charlie Hebdo tira fuori la sua vignetta anche sui morti di Rigopiano. Faceva schifo quella e fa schifo questa.

Allora, alcune anime belle – quelle che la-libertà-di-satira tattaratà – provarono ad articolare una pencolante spiegazione che sapeva di giustificazione non richiesta: l’accostamento pizza-sangue-terremoto-morti metteva il dito nella piaga dell’inefficienza italiana (morite di terremoto perché siete i soliti mandolinari). Irridenti, corrosivi intellettuali!

Stavolta, oltre a non esserci profondità, non c’è neanche una parvenza di sberleffo in questa morte che si lancia giù a rotta di collo in una discesa innevata e dice che, sì finalmente, la neve è arrivata. Cosa volevate dirci, oh libertari philosophes? Che gli alberghi non si devono fare lì e abbasso il divertimentificio? Mi sa che volevate solo avere un po’ di attenzione. Questo è un obiettivo legittimo, ma è una motivazione che non c’entra nulla con la libertà di satira.

C’è stato un tempo, quello successivo all’attentato di al-Qaeda in cui morirono i giornalisti di Charlie Hebdo, in cui le anime belle di cui sopra si esibirono a colpi di je suis di qua e je suis di là. Provai orrore per quei morti, ma non pensai mai (mai) che Charlie Hebdo incarnasse i valori occidentali. Semmai un loro esercizio parodistico, una specie di Wild West Show che non fa un bel servizio al vero Buffalo Bill di cui c’è ancora bisogno.

Non ero Charlie Hebdo allora, figuriamoci adesso.

Le contraddizioni di D’Alema

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Ci metto sempre un po’ a digerire le interviste. Le leggo, le chioso, le rileggo, le confronto con altre. A volte trovo delle contraddizioni – come dire – storiche: per alcuni quello che valeva ieri non vale oggi.

Dell’intervista che D’Alema ha dato l’altro giorno a Cazzullo sul Corsera mi ha divertito soprattutto una cosa, però: il tono. Sì, perché nelle risposte dell’ex premier provate a cambiare il nome Matteo Renzi e inseriteci quello di Silvio Berlusconi. Al netto degli argomenti – necessariamente centrati sul presente – D’Alema pare stia raccontando la parabola di un avversario politico, non del suo segretario di partito.

Ma fin qui si può anche capire. Quello che non si capisce – anzi, che sconcerta – è invece una sorta di appannamento di analisi. Mettete vicine queste due risposte: 1) Lui (Renzi ndr.) insiste sui ballottaggi; ma oggi il Partito Democratico è un partito isolato; 2) (Il sistema migliore è) il ritorno del Mattarellum. Anche perché consentirebbe di ricostruire il centrosinistra a partire dai candidati nei collegi (per vincere ai ballottaggi ndr.)

Insomma, Renzi ha ragione o ha torto?

Hai ragione anche tu

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Pare che Luigi Di Maio abbia postato in polemica con la Cgil la seguente frase: “I partiti e i sindacati ormai condividono tutti lo stesso destino. L’epoca della rappresentanza è finita. Ognuno si metta l’elmetto e inizi a rappresentare se stesso”.

Ora, al netto della specifica questione (Cgil e licenziamenti di Almaviva), lo sa Di Maio – che ha difeso la Costituzione repubblicana in occasione del recente referendum – che proprio quella Costituzione prevede la forma rappresentativa di esercizio della sovranità popolare? La rappresentanza diretta non c’è.

Vedo già qualcuno in sala che mi fa notare che, no, in realtà forme di democrazia diretta ci sono anche nella nostra Costituzione. Certo che sì, ma la forma di governo è parlamentare e – ripeto – rappresentativa.

Di più: l’unico elmetto che la Costituzione prevede è – semmai – quello da operaio (fondata sul lavoro eccetera. art. 1).

Cosa vuole di più, Di Maio? Un lavoro lui lo ha. Fa il politico. O no?

Miguel, si fa presto a citare Berlinguer

miguel-gotor_jpgPremessa lunga (si può saltare a andare direttamente al capoverso secondo). Questo blog rompe un silenzio durato parecchie settimane. Aveva cose da dire, ma se ne è stato in disparte. Aveva dichiarazioni da commentare, ma ha preferito lasciar cadere. Aveva immagini da postare, ma ha optato per l’Aventino. Oh, non si ha mica la pretesa che il proprio silenzio conti qualcosa! Questo blog è oltre il morettiano “mi si nota di più…” eccetera eccetera. Per una ragione semplicissima: la coscienza di essere come la tosse di un moscerino in una stazione ferroviaria.

Però. Però l’intervista di Miguel Gotor oggi su Repubblica merita un’uscita dal letargo. Andiamo per ordine:

  1. Giudici e politica.“Mi ha colpito che la magistratura abbia atteso il referendum per agire visto che in Italia c’è l’obbligatorietà dell’azione penale”. Che uno pensa: ma Miguel, se sai qualcosa su ritardi “ad arte” perché non denunci, invece di fare il dietrologo ed ammiccare?
  2. Dichiarazioni Poletti su cervelli-in-fuga. “è grave che un ministro si esprima con quelle parole (…) Bisogna invece dare un segnale di aver capito che cosa è successo il 4 dicembre. E cambiare approccio sulle politiche del lavoro”. Che uno non capisce dove stia il nesso tra un discorso da bar (quello che un ministro dovrebbe fare al bar e possibilmente non come ministro, ma come avventore di un bar) e il referendum del 4 (che ha bocciato la riforma costituzionale, mica le politiche del lavoro).
  3. Distinzione tra ruolo di premier e ruolo di segretario. “Come diceva Enrico Berlinguer parlando della questione morale, chi riveste cariche istituzionali deve rappresentare tutti, chi fa il segretario di un partito solo una parte. No ci può essere sovrapposizione”. Che uno rileva l’ennesimo utilizzo improprio di Berlinguer, diventato una specie di coperta di Linus. Ma che c’entra Berlinguer e la questione morale? All’epoca di Berlinguer c’era il proporzionale puro e la Dc – quando esprimeva il premier – poteva permettersi di avere un segretario diverso (anzi, lo esigeva, per ragioni di equilibri interni). Miguel, vuoi tornare a quell’epoca lì? Mi sa di sì.

Diavolo d’un Cuperlo

Cossutta: da Grasso a Napolitano, in tanti a camera ardente

A Giovanna Casadio di Repubblica che gli chiede se Anpi fa bene a dire No al referendum costituzionale, Gianni Cuperlo risponde apoditticamente: “Chi ha fatto il partigiano va rispettato sempre, qualunque posizione esprima”.

Posso anche essere d’accordo (anche se uno che ha vissuto la guerra io mi sento di rispettarlo comunque, partigiano o no), tuttavia non mi sfugge che ci sono alcuni che, ancorché partigiani, la riforma costituzionale la appoggiano, come ad esempio il “comandante diavolo” Germano Nicolini.

E a questo punto chiedo due cose, tra loro legate: 1) rispetto significa anche appalto della verità in materia costituzionale? 2) se così fosse (ma non lo è), il “comandante diavolo” va rispettato o no?

Totti non aver paura

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Ho visto “Dieci”, lo speciale del Novantesimo minuto su Francesco Totti. Il servizio ha detto più o meno tutto, dal debutto nel 1993 fino alla doppietta dell’altro giorno. Ci sono stati dentro – poi – Mazzone, Sensi, il cucchiaio a Van der Saar. E anche er cuppolone e Lando Fiorini e il Tevere, insomma quelle cose lì.

Io quando approccio il fenomeno Totti non so mai bene cosa pensare. Fenomeno da intendersi in senso soggettivo e non oggettivo. Anche perché l’aspetto sociologico dell’attaccamento alle “bandiere” ha bisogno di poche spiegazioni: una città, un gruppo, una nazione deve (deve!) riconoscersi nelle “bandiere”.

Non so cosa pensare del Totti calciatore fenomenale, perché – anche se mi faccio aiutare dall’etimo (“faino” in greco vuol dire mostro, manifesto) – non mi spiego come una classe immensa e un carisma indiscutibile (che si manifestano in modo naturale) e una capacità di cambiare le partite da solo (che si mostra anche a 38 anni) non siano stati in grado di affermarsi con l’irrevocabilità delle cose ineluttabili. Perché, a parte gli scudetti (pochi), anche il Mondiale non è stato il Mondiale di Totti, se ci pensate bene.

E allora ritengo che qualcosa sia mancato, al Totti calciatore. Che qualcosa (troppo) sia rimasto in canna. Che avrebbe potuto ancora mostrare un sacco di cose, quel calciatore fenomenale. E faccio una domanda, anche se pare una bestemmia: e se a Totti fosse mancato il coraggio di manifestare urbi et orbi di essere un campione? Se l’amore per Roma e i romani fosse stato solo un alibi per non navigare mai veramente in mare aperto?

Sì, uno scudetto con la Roma vale dieci titoli con il Real Madrid, ma tu intanto vincine dieci di titoli e diventa re di Spagna. Provaci. Vuoi scommettere che a Roma ti avrebbero voluto più bene di quanto te ne vogliono adesso?

Il pruriginoso Vauro

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Ok, la satira deve essere graffiante. Corrosiva, è stato detto. Sfrontata, persino. Sono scorsi fiumi di commenti e di pensose articolesse dopo la mattanza di Charlie Hebdo. E la libertà di qua e il diritto di critica di là, e l’irriverenza contro il potere di sopra e la tradizione occidentale di sotto. Non ci piegheranno, questi sono i nostri valori, li difenderemo contro ogni barbarie.

Ma ora spiegatemi bene una cosa, con parole semplici che possa capire anch’io: la vignetta che Vauro ha dedicato al ministro Boschi quale tipo di tradizione occidentale incarna? Quale diritto di critica viene esercitato disegnando una donna che “piscia in piedi” (parole sue ndr.)?

Sì, irriverente lo è. E anche graffiante. E pure corrosiva. Però è anche buzzurra e volgare e – sì, diciamolo – sessista, ma di un sessismo da bettola, talmente cavernicolo da risultare incredibile che qualcuno si presti a riderci su. Lo dirò in francese (la Francia è la patria della libertà dopotutto): questa vignetta fa schifo.

E fossi la Boschi non me la prenderei più di tanto. Inviterei però Vauro a osservare una donna che cerca di fare il ministro. Magari sbirciandola dal buco della serratura.

L’uva di Enrico Letta

Governo: fredda e veloce stretta di mano tra Renzi e LettaQua si è piuttosto preoccupati per la deriva comportamentale di Enrico Letta. Che è giovane dopotutto e potrebbe giocarsi le sue chance di rivincita, ma che si sta irrimediabilmente prodizzando. O dalemizzando, fate voi. E non è un buon segnale.

Intervistato oggi da Monica Guerzoni del Corriere della sera spende tutta la prima parte a sottolineare la propria cifra internazionale (Libia, Europa, Turchia). Certo, il contesto orienta le domande della giornalista: l’ex premier si trova infatti a New York per aprire il forum di Change the world al Palazzo di Vetro.

Però si ha come la sensazione che Letta giochi a fare il D’Alema che quando gli chiedi qualcosa sulla politica italiana esordisce sempre parlando di Iran o di socialismo europeo o di quella volta con Condoleeza, salvo poi piazzare due colpi da ko che denotano una certa dose di partecipazione alle vicende italiane, diciamo.

O come Prodi-il-padre-nobile, quello che va e torna spesso dalla Cina, quello che “in Paesi dove il costo della mano d’opera è più basso come Myanmar, Vietnam, Bangladesh” eccetera, quello che prima che politico è un economista. Salvo poi – pure lui – cadere nella trappola della volpe e l’uva: cosa vuoi che me ne freghi dei grappoli italiani, a me?

Solo che Letta fa un po’ specie. Perché avrebbe modo di giocarsela diversamente. Gli chiede, la giornalista: “Andrà alla direzione del partito democratico lunedì? E lui, secco: “Ho lezione a Parigi”. Capito? A Parigi. Io insegno a Parigi, qual è – secondo lei – la percentuale di interesse per Renzi e per il Pd? Zero. Solo che poi si fa scappare una stilettata al curaro degna della miglior tradizione democristiana.

Eccola. Giornalista: “Come voterà al referendum di ottobre?”. Letta: “Premesso che il mio governo impostò il lavoro per il superamento del bicameralismo, quando tutti i dati saranno chiari, dirò come la penso. Ma non mi sento di criticare Renzi per aver deciso di investire su questo tema. Lo stesso fece Berlusconi sul referendum del 2006, anche se poi lo perse”.

Traduzione: quando tutti i dati saranno chiari, dirò che è una riforma raffazzonata e vagamente berlusconiana; Renzi perderà e – visto che ha investito molto su questo tema – si dovrà dimettere. E io riuscirò finalmente ad agguantare quel grappolo succoso che non riesco a togliermi dalla testa.