LE NOZIONI DI LOGICA E IL BUON DIO

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«Se ci impediranno di andare al governo, sarà chiaro a tutti che sono degli irresponsabili. Gli italiani si aspettano responsabilità da chi ha fatto questa legge elettorale».

«Se si tornasse al voto tra due mesi, senza neanche bisogno di fare una nuova legge, sarebbe come un ballottaggio tra noi e la Lega. Un secondo turno alla Macron»

Stando all’articolo di Annalisa Cuzzocrea su Repubblica di oggi, latore di entrambe le proposizioni è il medesimo soggetto. Allora, seguite insieme a me queste semplici notazioni logiche:

  • Ma la legge elettorale è buona o cattiva? Impedisce di governare (ora) o è una specie di doppio turno francese (domani)?
  • Ammettiamo che si rivoti tra due mesi e si riprospetti una situazione come l’attuale : il Rosatellum resterebbe un sistema che impedisce di «andare al governo»? (si prega rispondere ora)
  • Bontà di Dio!

LA RIVOLTA DEI DISAGIATI, STEVE BANNON, TROTSKY E SALVINI

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La sinistra è morta. La sinistra ha perso appeal. La sinistra vaffanculo. Epperò tutti, a quanto pare, guardano da quella parte. E il M5s ha pescato da lì, e la «costola» di qua, e l’impoverimento della classe media di là, e la Lega che dà le risposte a operai e ceti immergenti con cui il fighettismo di sinistra non è più in grado di dialogare. E via andare.

Ora c’è questo signore – Steve Bannon, lo stratega (recentemente perculato) di Donald Trump – che da qualche settimana sta girando l’Europa – e sempre più spesso staziona in Italia – per promuovere la sua «rivoluzione». Una sorta di Lev Trotsky dell’internazionalismo populista che ha eletto l’Italia a suo personale Messico. Bannon è stato raggiunto a Milano dal direttore de la Stampa, Maurizio Molinari, gran conoscitore di cose americane.

Il colloquio è sul giornale di oggi sotto il titolo Roma cuore della nostra rivoluzione. Per Bannon, Lega e M5s sono espressione della «rivolta dei disagiati», nata in tutto il mondo occidentale dal fatto che i lavoratori sono vittime «a cui il commercio globale toglie prosperità e i migranti strappano i pochi lavori rimasti».

Un movimento tellurico che sta scuotendo l’Europa attingendo forza non soltanto dalla paura dello straniero, ma dalla crisi di rappresentanza delle forze della sinistra classica, ormai troppo assoggettata al mainstream liberal-liberista. Ecco, per Bannon l’Italia è il sol dell’avvenire perché «siete più creativi (originale, davvero!, ndr.) di britannici, francesi e tedeschi, siete una nazione abituata a produrre grandi cambiamenti».

«Il mio sogno – continua Bannon – è di vederli governare insieme (Lega e M5s. ndr.) ma sarà lui (Salvini) la forza trainante perché rappresenta il Nord, ovvero tre quarti del Pil nazionale». Insomma pare che Trotsky abbia scelto il suo personale Lazaro Cardenas per Palazzo Chigi. Resta da capire quanto Salvini sia intenzionato: 1) a distribuire la terra ai contadini; 2) a trovare un lavoro a Bannon.

CONFINDUSTRIA E IL SENSO DI «MINISTERIALITÀ»

Boccia, piccolo non bello in sè, crescere sia ossessione

«Noi industriali siamo ministeriali per definizione». A questa frase di Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat, pensavo l’altro giorno a proposito dell’apertura del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ai 5 Stelle. «Non fanno paura, valutiamo i provvedimenti, stiamo parlando di partiti democratici», ha dichiarato. E poi Sergio Marchionne: «Ne abbiamo viste di peggio». Pragmatismo? Necessità di rassicurare i mercati? O, più prosaicamente, camaleontismo?

Ora, a parte il fatto che il giudizio sulla «democraticità» dei 5s andrebbe quantomeno approfondito, non stupisce affatto che gli industriali italiani – ceto che di weberiano ha onestamente poco – abbiano tentato di imbrigliare, a urne ancora calde, il cavallo vincente. Dimostrando una lungimiranza al limite della preveggenza, Boccia e Marchionne si comportano da «ministeriali» prima ancora che ci sia un governo e siano nominati i «ministri».

Si ricorderà che Confindustria si schierò per il sì al referendum costituzionale del dicembre 2016. Rimasta scottata dall’endorsement, aveva optato – alla vigilia di queste elezioni – per una tattica più guardinga. Agli stati Generali di Verona del 16 febbraio Boccia aveva tenuto una relazione scaltra e furbetta e alla domanda su quale fosse il programma elettorale più «vicino» al mondo dell’industria aveva risposto «posso dire qual è il mio programma». Dunque, più o meno tutti.

Naturalmente descrive altri scenari, ma consiglierei di leggere I padroni del vapore. Lo ha scritto nel 1955 Ernesto Rossi, economista e storico tra i fondatori del Partito Radicale. Parla di come i grandi industriali italiani favorirono l’avvento prima e il consolidarsi poi del fascismo in Italia, in un momento – quello immediatamente successivo alla guerra – di disordini e confusione. La grande industria italiana – che nasce statalista – non può fare a meno di un Governo purchessia. Possibilmente amico.

Ecco, visto che in questo momento fioccano i richiami al senso di responsabilità da parte delle forze politiche – in alcuni casi un vero e proprio stalkeraggio – andrebbe quanto meno posto il tema del ruolo, in questa fase, di Confindustria e degli industriali italiani. Se cioè sia accettabile – dal punto di vista politico – che Marchionne dica «ne abbiamo viste di peggio» (non si capisce dove e in quale momento storico).

Anche perché sarebbe carino che la grande impresa, prima ancora che «ministeriale», si sforzasse di essere per una volta «responsabile».

IN VERITA’ IN VERITA’ TI DICO: SCIACQUATE LA BOCCA!

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Che poi, visto che pare tornato di moda il Vangelo, mi sa che in Luca (21, 1-4) si parla pure di flat tax.

Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere».

Cioè: il poco di chi ha poco vale più del tanto di chi ha tanto. Figuriamoci cosa avrebbe pensato Gesù se il ricco avesse dato la stessa cifra offerta dalla povera vedova.

QUEL FURBACCHIONE DI PRODI. E FRA UN PO’ ARRIVA PURE VELTRONI, VEDRETE

 

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E se l’endorsement di Romano Prodi per Paolo Gentiloni – oggi a Bologna in occasione della presentazione di una lista patrocinata dal suo ex ministro Giulio Santagata – fosse solo una mossa tattica di riposizionamento in vista della molto probabile sconfitta della sinistra?

Lo aveva già scritto Marcello Sorgi qualche giorno fa in occasione di un’analoga mossa del professore. “Voterò per il centrosinistra. Liberi e Uguali non è per l’unità”, dichiarò a fine gennaio. facendo un po’ incacchiare Bersani e raccogliendo un grazie – dovuto, ma non esibito – dello stesso Renzi (che, naturalmente, mica poteva dire che di Prodi non sa cosa farsene).

Sorgi scrisse che il professore si apprestava a ricompattare le fila del centrosinistra dopo il capitombolo del 4 marzo. Di qui la posa da padre fondatore e la riproposizione dell’eterno schema ulivista: alleanza larga con le forze del cattolicesimo democratico e della sinistra riformista eccetera eccetera.

Stavolta è uguale. Anche stavolta, augurandosi un recupero miracoloso del centrosinistra ( e del Pd, è inutile girarci intorno), Prodi non ha nulla da perdere: se la sconfitta sarà meno cocente del previsto sarà merito suo, se – invece – il centrosinistra non riuscirà a tenere botta avrà bisogno di una rifondazione e di una ripartenza. E chi meglio dell’inossidabile professore?

Mi aspetto da un momento all’altro un’intervista di Walter Veltroni dello stesso tenore. Dopodichè Renzi può toccare tutti gli amuleti che ritiene.

W IL PADRE DI FABRIZIO DE ANDRE’, IL VERO SUONATORE JONES

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Sono di due tipologie le critiche a “Principe libero”, la fiction tv (non male) dedicata a Fabrizio De André, andata in onda questa settimana su Rai1.

Da una parte ci sono quelli che si concentrano sugli aspetti formali – pare un fotoromanzo, Marinelli (l’attore che interpreta Faber) bravissimo, ma perché l’accento romano? – e dall’altra quelli che mirano alla sostanza, gli indignati, le vestali del deandrépensiero, i puristi coi vinili nello scaffale.

Dei primi non me ne frega nulla. È degli altri che vorrei parlare, da sinistra. Di quelli che Faber si sta rivoltando nella tomba, di quelli che l’anarchico buono di qua e l’amico fragile di là. Di quelli che – ecco il punto “politico” – uh, i campi alle ortiche del suonatore Jones! Suonatore – va da sè – contrapposto al borghesuccio che, invece, i campi li coltiva.

La radice “politica” del problema sta tutta qui: nel malinteso (poetico, per carità) che fa gridare allo scandalo questi abbaialuna postsessantottini che si sono appropriati della cultura di sinistra in Italia e che nei salotti di casa propria possono permettersi di continuare ad ascoltare i dischi di Fabrizio De André come se il tempo non fosse passato. Anarchici alle vongole incapaci di costruire alcunché.

Perché i campi vanno coltivati. Punto. E se siamo ridotti così è perché una generazione di paraculi, potendo contare sul lavoro fatto dalle generazioni precedenti, si è abbeverata ad una cultura libertaria utilizzandola come alibi per fare i fatti propri. Egoisticamente. Una generazione che continua ad ammorbarci con la sua diversità e inattualità e irriducibilità e papparapà. Non è educativo, non è di sinistra.

Non so se, poco prima di morire, il padre di De André – come riportato nella fiction – avesse davvero detto a Fabrizio: “L’ho imparato da te… un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto”. Ecco, se fosse andata proprio così, le parole di uno che ha diretto aziende e sì, ha vissuto una vita da borghese vero – mondo da cui Fabrizio voleva emanciparsi – beh quelle parole sarebbero la migliore risposta agli abbaialuna di cui sopra.

Nemmeno un rimpianto: niente di più ma – soprattutto – niente di meno del suonatore Jones.

CRAXI E I VERI STATISTI

Bettino-Craxi

Alla fine non è andato. Troppo rischioso politicamente. La rivelazione di Repubblica secondo la quale Berlusconi avrebbe aperto la campagna elettorale visitando la tomba di Craxi ad Hammamet non era vera. Oppure – magari – quel viaggio lo aveva davvero pianificato e poi – chissà perché – derubricato a cosa troppo divisiva, come si dice oggi.

Ma perché Craxi continua ad essere un paria della politica italiana? Perché, a 18 anni dalla morte, è ancora un politico di cui vergognarsi? Lo chiedo davvero. E quel davvero significa che non è più accettabile la risposta classica: perché tangentopoli, perché il sistema corruttivo di qua e l’istinto predatorio di là, eccetera eccetera. Non basta più. Sarebbe consigliabile una lettura storica vera.

E per questo compito ci può aiutare un libroIl governo del leader: Craxi a Palazzo Chigi (1983-1987), curato da Roberto Chiarini –  che parla dello statista e non del predone socialista. Craxi fu il primo a capire che l’Italia aveva bisogno di essere svecchiata. Il suo problema è che lo capì troppo presto, in un contesto storico di assoluto stallo politico dove conquistare anche uno zerovirgola percento era un’impresa titanica.

Craxi si rese conto che i “grandi soggetti collettivi” – partiti e sindacati – stavano uscendo di scena e che occorreva riempire lo spazio della politica con nuove forme di protagonismo. Ciò per non lasciare il campo a poteri altri. E per questo bisognava superare il parlamentarismo paludoso con forme di presidenzialismo virtuoso. Presidenzialismo, non cesarismo. Governo del presidente, non del caudillo.

Dopo il redde rationem del 1992-1993 – ironia della sorte – l’Italia sembrava avviata su questa strada. A seguito dei referendum Segni abbiamo avuto infatti una stagione in cui si è annusato – senza mai assaggiarlo veramente – un sistema dell’alternanza che, con tutti i difetti che non stiamo qui a ricordare, ci ha messo al passo con le democrazie occidentali più evolute.

Ora siamo tornati alla casella di partenza. Ecco, forse, perché ci si vergogna di Craxi. Perché fu moderno quando era difficile esserlo. E questa è una dote da statista vero.