Che facile fare gli spigliati sulla morte di Andreotti

and_14_672-458_resize--356x458La scomparsa di Giulio Andreotti ha visto fiorire sul web tutta una serie di  considerazioni, osservazioni e battute sul filo di un’ideale corda tesa tra  l’analisi storico-politica un tanto al chilo e il trivio becero. Ci sta. Si  capisce. I social network a volte danno colore ad ego grigini, esaltano la  spericolatezza espressiva e favoriscono riscosse vegliate al lume del  rancore.

Che però Massimo Gramellini – giornalista, scrittore, autore di vaglia e non  un liceale brufoloso col nickname figo – si sia lasciato andare a questi tempi  qua, fa un po’ specie. Il Buongiorno di ieri su La Stampa non è all’altezza della sua  signorilità e del suo stile. O almeno non a quelli cui ci ha abituato.

Ora, uno può avercela con Andreotti per mille ragioni. Può odiare la  democristianitudine di cui era incarnazione. Quell’approccio felpato del  pescecane che finge di avere i denti di gommapiuma e – intanto – sbrana. E,  specularmente, quella moderazione – che in sé è una virtù civica – ma che nel  democristiano doc assume l’incolore propensione a scansare gli attriti e a  badare alle mura della parrocchietta.

Tutto legittimo. Però la battuta finale sul “tirare le cuoia” e sul “cuore  acceso” è gratuita. E poi non è rispettosa delle cuoia degli altri e – soprattutto – la poteva scrivere un twittatore qualsiasi. Ok, era una parafrasi  del famoso motto andreottiano, però il fastidio resta. Così come “Sbardella,  Vitalone, Evangelisti: più che ritratti sono foto segnaletiche” è una frase  semplicemente fascista, quel fascismo da bassotuba che prende per il culo gli  altri per il loro aspetto fisico.

Le grandi ideologie non ci sono più, i partiti sono quello che sono, i  politici della Prima repubblica stanno scomparendo tutti. Cerchiamo con i nuovi  tempi di non perdere almeno l’educazione e il rispetto dovuto per chi muore.