La Chiesa ha paura che Monti, per fare troppo, non faccia neanche il minimo che gli chiede

Contrordine cattolici. Nella Chiesa crescono i dubbi sul sostegno a Mario Monti. Ma forse è soltanto paura. Agli endorsement della prima fase stanno subentrando distinguo, sfumature, posizioni più pensose. Come quella dell’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri che invita alla prudenza: “Non credo che il Papa si voglia esprimere nel senso di appoggiare un determinato partito o candidato”. Il cambio di valutazione si spiega – diplomaticamente – con il riconoscimento che ci sono nella Chiesa tante più cose di quante ne contengano le redazioni dei giornali.

Ma la “ricchezza del dibattito interno” copre – meno diplomaticamente – una giudizio che Oltretevere sta acquistando sempre più terreno: Monti se ne frega. Il tema dei “valori non negoziabili” viene infatti affrontato dall’ex premier né più né meno che come un qualsiasi altro punto della sua Agenda. Anzi, appare meno centrale di altri capitoli quali la riforma del mondo del lavoro o il risanamento dei conti pubblici.

Ma andiamo con ordine. Quando Monti ha annunciato di essere intenzionato a “salire in politica” ha colpito la prontezza con la quale l’Osservatore Romano (non un bollettino parrocchiale qualsiasi) ha salutato la novità: “un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica”, ha scritto. L’Avvenire – e quindi la Cei – si è accodato e ha ripreso la nota politica dell’organo della Santa Sede.

Poi sono successe due cose. La prima: Monti si è smarcato. Pur dichiarandosi “grato” per l’appoggio, ha sottolineato come sia “molto importante rispettare la libertà di coscienza”. La seconda: il cardinal Bagnasco il 1° gennaio, tanto per far capire che aria tira, ha lanciato un duro monito contro aborto ed eutanasia: “Quale garanzia ci può essere se uno Stato, per motivi a volte economici, non rispetta la vita, soprattutto la più fragile e debole, (…) oppure quella che non ha più la voce perchè l’ha persa, in uno stato di incoscienza?”.

Ma Monti, come se niente fosse, ha ribadito a Radio Anch’io il concetto, non arretrando di una virgola: “Per costruire una coalizione larga su questi temi a valenza etica, che sono importanti ma fanno meno parte dell’urgenza sulla quale si costituisce la coalizione, vorremmo lasciare più spazio alle coscienze e al Parlamento”. Di più. Parlando di Berlusconi ha messo in riga anche alcuni suoi interessati sostenitori: “Detesto i partiti politici che usano qualche volta in modo goffo i valori etici, spesso da loro disattesi”. Insomma, Casini è avvertito: sostegno sì, abbracci no.

Ebbene, cosa può farsene la Chiesa di un tecnico che affronta i “temi sensibili” sine ira ac studio, considerando la faccenda molto più laicamente di tanti laici cui vescovi e stampa cattolica hanno riservato in passato commenti e prese di posizione piuttosto muscolari? Può farsene parecchio o poco, a seconda dei punti di vista. E a questo proposito c’è un bel libretto scritto da Luca Diotallevi, uscito lo scorso anno, che si intitola L’ultima chance e che può aiutarci a capire cosa sia il tanto e cosa sia il poco.

Diotallevi, che è cattolico e insegna sociologia, si chiede se sia possibile avere una nuova generazione di cattolici in politica che rinverdisca il popolarismo di Don Sturzo e di De Gasperi. Vasto programma, direbbe qualcuno. Ma la risposta è sì, si può, a patto che la Chiesa – e i cattolici – la smettano di agire solo dal lato della domanda politica, cioè della ricerca di un soggetto cui far pressione con un’azione di lobby, e – invece – colgano al volo l’occasione di questo passaggio epocale per rifondare un protagonismo dal lato dell’offerta politica.

Se “servono riforme e mancano i riformisti”, perché i cattolici, al netto di ogni anacronistica (e impossibile) riedizione della Dc, non si trasformano nei riformisti di cui c’è bisogno? E riformismo per Diotallevi significa minor peso dello Stato, sussidiarietà in campo economico e sistema maggioritario. “Le sirene neocentriste – scrive per rendere l’idea – sono per ogni riformismo le più pericolose”.

Ora, Mario Monti può essere il riformista che Diotallevi cerca? Sì – ecco il tanto – se l’ex premier decide di alzare la posta, scalzare Berlusconi nella rappresentanza del centrodestra italiano e puntare a incarnare i valori di un popolarismo non confessionale e non statalista. No – e questo è il poco – se si lega ad una visione angusta e trasformista di cui Casini e Fini sono senza dubbio campioni indiscussi.

Si tratta di capire quale scenario sia più congeniale ad una Chiesa forse ancora legata ad una visione eccessivamente centrata sul lato della domanda politica. E – questo è il punto – troppo paurosa che Monti, per fare troppo, non faccia neanche il minimo che interessa alle gerarchie vaticane.

In fondo Berlusconi, sotto questo punto di vista, dava maggiori garanzie.