Con questi idealtipi non vinceremo mai

Repubblica ha fatto uscire stamattina (16 giugno, ndb) una parte dell’intervento che Gustavo Zagrebelsky sta tenendo stasera – magari proprio mentre sto scrivendo – all’Auditorium Parco della Musica di Roma sulla parola Libertà. Scrive – sta dicendo – cose parecchio sensate. Che esiste una maniera molto subdola di induzione all’obbedienza, un’oppressione in sé non evidente ma che spinge alla “servitù volontaria”, alla “rinuncia alla libertà del proprio volere”. Cioè tu soggiorni ai Piombi e non te ne rendi conto. Magari sei pure contento di stare lì.

Zagrebelsky però calca troppo la mano sulle colpe per così dire “soggettive” di questo abbaglio. Ed elenca gli idealtipi di quelli che si lasciano infinocchiare. Va alla lavagna e col gesso gracchiante segna tra i cattivi: il conformista, l’opportunista, il gretto, il timoroso.

Che mentre leggo mi sento un po’ merdaccia perché in fondo un po’ conformista lo sono pure io, nel senso che – senza avere “affettazione modaiola” e non essendo bruciato dalla foia di “apparire” – pur dando ragione a John Stuart Mill, non riesco ad infischiarmene del tutto di quello che pensano gli altri. Chiamatelo feed back, chiamatela necessità di essere accettati, ma ebbene sì, sono moderatamente conformista.

E poi c’è l’opportunista, quello che “si mette a traino”, che rinuncia alla sua libertà per far carriera. Io non sono disposto a rinunciare a un bel nulla, ma sarei sventato se non fossi in grado di cogliere – appunto – le opportunità che riesco a procurarmi lecitamente, rispettando le regole del gioco eccetera. Se poi “mi accorgo di essere prigioniero di una struttura di potere basata su favori e ricatti”, vabbè. Ognuno fa quel che può qui ed ora, cercando di non venir meno alle sue convinzioni ma non accettando nemmeno di venirne sopraffatto. Il secolo è così, il chiostro è un’altra cosa.

Riconoscere che non possiamo trasformarci tutti in Stiliti – e qui veniamo al terzo idealtipo, “il gretto” – non vuol dire che “l’uomo interessato solo a ciò che tocca la piccola sfera dei suoi interessi privati” è per forza di cose un soggiogato inconsapevole. Non sempre chi si “tiene appartato” è “estraneo al destino degli altri”. Diciamo che aiuta, ma non è detto. E Tocqueville, che Zagrebelsky cita come “profeta della società gretta”, odiava sì “l’uguaglianza solitaria” e il “dispotismo democratico”, ma cionondimeno le élite degli aristoi moralisti.

E infine il “timoroso”, colui che ha paura della propria libertà e preferisce darla in usucapione a qualcun altro. Io dico che qualche volta non è paura, è semplicemente consapevolezza della propria finitezza. Perché quest’essere libero, tratteggiato alla lavagna per sottrazione, somiglia troppo a un superuomo in grado di capire a un primo sguardo dove sta il bene e dove alberga il male. E bisogna che qualcuno glielo faccia notare a Zagrebelsky: questa gente non esiste. Superman non c’è. Max Weber li usava – gli idealtipi – come finzione, artificio, espediente per spiegare qualcos’altro, non per dettare le tavole della legge. Certamente il terreno del dover essere è da considerarsi un asintoto, un infinito avvicinarsi ad un modello che però deve essere dato, posto. E Zagrebelsky questo fa. Solo lo fa come lo fanno i giacobini: implacabilmente, senza indulgenza.

Che sia apparsa questa lunga tiritera su Repubblica pochi giorni dopo il clamoroso esito dei referendum non credo sia casuale. Chi non è andato a votare cos’è? Un gretto? Un opportunista? O ha avuto paura del grande potere che poteva esercitare, quasi non si ritenesse all’altezza di assumersene la responsabilità? E’ colpevole di non essere Peter Parker, quello del grande potere e della responsabilità, appunto? Io chiedo anche: quanti opportunisti ci sono tra coloro che hanno votato sì? E’ possibile distinguere sempre, quando ci si mobilita così, tra libertà come partecipazione – come diceva quello – e una sana e provvidenziale dose di conformismo?

Perchè la democrazia è un esercizio molto più complicato e insondabile di quanto non possano pensare i calvini sabaudi che, anche quando dicono cose sensate, lo fanno col labbro tremolante e non sono soltanto inutili, ma spesso fanno perdere le elezioni.