VELTRONE, LUI NON FA L’OPPOSIZIONE

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“Passai una notte con un mal di testa bestiale a decidere la mia vita a 18 anni. Avevo spalancate le porte dei miei due amori: la politica e il cinema”. In questa autodescrizione del proprio stato d’animo, quando gli propongono nel 1975 di diventare capo della Fgci romana, c’è tutto Veltroni. “Il pensoso osservatore delle cose del mondo che si presta alla politica solo provvisoriamente – scrive Andrea Romano in Compagni di scuola – nella perenne attesa di cambiare mestiere”.

Ecco, leggendo la chiusa dell’intervista che rilascia oggi ad Aldo Cazzullo sul Corriere della sera (“ho fatto una scelta diversa”), viene da chiedersi quale sia la diversità di uno che non solo il mestiere non lo ha mai cambiato in 43 anni, ma continua a dettare la linea con la svagatezza di un novello Gastone, il “danseur” di Ettore Petrolini. E la linea è: governo del Presidente, se i Cinque stelle ci stanno. «Il Pd fa bene per ora a stare dov’è – detta – All’opposizione». Per ora, appunto. 

Gastone ne ha fatte di cose «politiche», in 43 anni. E non solo quel 34% alle politiche del 2008 (anche se la storia dice 33,2), ma anche la fuga in Campidoglio dopo i capitomboli alle europee del 1999, alle regionali del 2000 e alle politiche del 2001. Sempre incarnando un impasto tra radicalità e riformismo, riproposto ancora oggi a Cazzullo, improvvisandosi spartachista – “la sinistra non è nata con i parlamenti; è nata con la rivolta degli schiavi”. Che, detto da chi asseriva di non essere mai stato comunista, suona onestamente curioso.

Ecco il punto: per riconquistare voti, la sinistra deve recuperare il “rapporto con il popolo” perché “senza il popolo non esiste la sinistra”. E poi giù coi soliti attrezzi del mestiere: la “coriandolizzazione dell’esperienza umana”, la “democrazia oltre la disintermediazione”, “il sacrifico di Marielle Franco” (l’attivista brasiliana che per qualche giorno prenderà il posto di Olof Palme, diciamo).

La musica che esce dal grammofono è sempre la stessa: l’ex direttore de l’Unità, vicepremier, segretario del Pd, sindaco di Roma, esploratore dell’Africa, ha creato un personaggio che ripropone bello e intatto. Un surfista verbale, per il quale “l’errore drammatico è stato togliere alla nostra comunità le emozioni” e “il partito come intellettuale collettivo” è “la meraviglia del capire insieme”.

Insomma, Veltroni è l’“artista cinematografico”, il “fine dicitore” che guarda sempre oltre e che parla del presente – “col guanto penzolone” – senza mai entrarci dentro.

Un attore consumato che con questa sua ennesima uscita torna di nuovo al centro della scena. Politica, non cinematografica. Essendosi dimenticato il “mal di testa bestiale” del 1975.