CRAXI E I VERI STATISTI

Bettino-Craxi

Alla fine non è andato. Troppo rischioso politicamente. La rivelazione di Repubblica secondo la quale Berlusconi avrebbe aperto la campagna elettorale visitando la tomba di Craxi ad Hammamet non era vera. Oppure – magari – quel viaggio lo aveva davvero pianificato e poi – chissà perché – derubricato a cosa troppo divisiva, come si dice oggi.

Ma perché Craxi continua ad essere un paria della politica italiana? Perché, a 18 anni dalla morte, è ancora un politico di cui vergognarsi? Lo chiedo davvero. E quel davvero significa che non è più accettabile la risposta classica: perché tangentopoli, perché il sistema corruttivo di qua e l’istinto predatorio di là, eccetera eccetera. Non basta più. Sarebbe consigliabile una lettura storica vera.

E per questo compito ci può aiutare un libroIl governo del leader: Craxi a Palazzo Chigi (1983-1987), curato da Roberto Chiarini –  che parla dello statista e non del predone socialista. Craxi fu il primo a capire che l’Italia aveva bisogno di essere svecchiata. Il suo problema è che lo capì troppo presto, in un contesto storico di assoluto stallo politico dove conquistare anche uno zerovirgola percento era un’impresa titanica.

Craxi si rese conto che i “grandi soggetti collettivi” – partiti e sindacati – stavano uscendo di scena e che occorreva riempire lo spazio della politica con nuove forme di protagonismo. Ciò per non lasciare il campo a poteri altri. E per questo bisognava superare il parlamentarismo paludoso con forme di presidenzialismo virtuoso. Presidenzialismo, non cesarismo. Governo del presidente, non del caudillo.

Dopo il redde rationem del 1992-1993 – ironia della sorte – l’Italia sembrava avviata su questa strada. A seguito dei referendum Segni abbiamo avuto infatti una stagione in cui si è annusato – senza mai assaggiarlo veramente – un sistema dell’alternanza che, con tutti i difetti che non stiamo qui a ricordare, ci ha messo al passo con le democrazie occidentali più evolute.

Ora siamo tornati alla casella di partenza. Ecco, forse, perché ci si vergogna di Craxi. Perché fu moderno quando era difficile esserlo. E questa è una dote da statista vero.