Se il naturista mi diventa intollerante

calanguinier_levant_plage_naturiste_0Ma non è stato sempre così. Coi bambini a tracolla, voglio dire. Siamo stati punk prima di voi – mia moglie ed io – siamo stati più cattivi, noi. E abbiamo avuto anche una sana passione per l’heavy metal e per il mare quello bello, quello trasparente, quello intatto. Anche ora, se è per questo, ma ormai è da un po’ che non capita di trovarci – come quell’estate là – in Provenza per una diecigiorni cultural-naturalistica da incorniciare. Bene, state lì che adesso vi dico.


Io e la Cri, stanchi e rilassati sulla via del ritorno verso Genova, dopo uno spuntino di
crudités di mare, decidiamo di prolungare i benefici effetti della vacanza concedendoci un’ultima tappa all’Ile de Le Porquerolles, dove c’è un parco marino incantevole della Costa Azzurra, proprio davanti alla città di Hyeres. Ma ahimè non sappiamo – perchè siamo ancora giovani e forti e sprovvisti di prole e non abbiamo la necessità di programmare con metodo – che in quell’isola esiste una zona riservata ai nudisti e completamente off limits per i “costumati”.

Ok, arriviamo al porticciolo e il battello della domenica ci lascia proprio all’ultimo attracco di quel paradiso terrestre. I gabbiani planano in acqua descrivendo prospettive ardite e da subito notiamo – nelle risalite – che alcuni di loro hanno un piumaggio meno folto del normale nella zona ventrale.

La maggioranza dei gitanti è restata a bordo proseguendo il giro panoramico alla volta della terraferma. Il combinato disposto di questo comportamento sociale e il sedere pressochè glabro dei gabbiani dovrebbe sollevare in noi un legittimo sospetto. E invece no, ci sorridiamo incoscienti l’un l’altra pregustando lo stravacco in spiaggia.

Siamo giovani e forti e sprovvisti di prole, del resto.

Il punto di sbarco è pressochè deserto. Vi regna un silenzio gravido di possibilità. I pochi che sono scesi insieme a noi si sono dileguati quasi istantaneamente prendendo per scalette e sentierini da capre tibetane. A sinistra ce n’è uno che sale nella macchia mediterranea e noi lo imbocchiamo. Mirti, ginestre, minchie aulenti e cose così.

Dopo pochi passi ci si para davanti un cartello minaccioso: l’immagine di una sgargiante mutanda da mare, cerchiata in un segnale stradale che indica inequivocabilmente un divieto. Divieto di braga. Ed è solo allora che mi torna in mente il depliant occhiato con troppa distrazione al punto d’imbarco: Le Porquerolles, il paradiso dei naturisti.

Però il sentiero è profumato, le cicale friniscono volenterose e i pini si protendono su un mare blu cobalto che incanta. Guardo mia moglie. E’ bella e siamo lì per goderci un pomeriggio di natura incontaminata, quindi un po’ naturisti lo siamo anche noi. E’ vero, in quell’isola apparteniamo ad una minoranza di “benpensanti”, però riteniamo che il nostro diritto rimanga giuridicamente rilevante. La Francia poi è uno Stato sovrano e si può ragionevolmente supporre che non permetta, all’interno dei propri confini, una Repubblica dell’allegra mutanda che impone leggi proprie e magari batte moneta con – sopra – un par de chiappe in rilievo. Sì, ok la libertè, d’accordo con la fraternitè, ma fino a un certo punto. Sicchè, forti di questa analisi storico-costituzionale (e anche numismatica), decidiamo di non darci per vinti. Anche perchè – e questi sono senz’altro gli argomenti decisivi – il sole è un martello pneumatique, il battello tornerà a riprenderci dopo tre ore e dobbiamo assolutamente scendere quanto prima in una caletta per bagnarci un po’ la testa… Dio, queste cazzo di cicale!

Proseguiamo dunque, anarchici, in bermuda e shorts tra i fiori e le frasche, incuranti di quel minaccioso segnale stradale e con un vago senso di sfida all’ordine costituito, mescolato però ad una sensazione di colpa un po’ fuori luogo. E se arriva la gendarmerie col fischietto? Ci dà la multa per abuso di indumento? Fììiii! Ci intima di spogliarci pistola alla mano come nel film Siamo uomini o caporali con Totò e Fiorella Mari (e levate ‘a cammesella)? Mentre camminiamo lo immagino – il fischione della gendarmerie – completamente nudo tra i fichi d’India spinosi con, in testa, un cappello da poliziotto dei Village People e un cinturone bianco. Lo vedo avvicinarsi a falcate decise. Appesi e penzolanti ai passanti di cuoio ha un taccuino per le contravvenzioni e uno sfollagente che sbatacchia e gli irrita la coscia brunita dal sole.

Ma ecco laggiù un’insenatura di smeraldo. Una favola da depliant Alpitour. I ciottoli bianchi e lucidi sono carezzati dalla spuma. Prendiamo a scendere. Le nostre infradito alzano sbuffi polverosi nella sabbia rossiccia. Una curva, un’altra, una terza. Poi, doppiata un’agave, dietro un tornante improvvisamente due glutei di bronzo iniziano ad occhieggiare tra le foglie scure. Brillano metallici al sole di canicola. Di fronte ad essi ballonzolano, addossate all’ombra della roccia, due mammelle immense e piatte e gelatinose che paiono tremolanti gong mongoli. Sguardo muto e divertito tra me e mia moglie. Decidiamo, per rispetto delle forme altrui, di riguadagnare il crinale. E lo intersechiamo proprio nell’esatto istante in cui un indio yanomami di Milano sta percorrendo il sentiero nella direzione opposta. Ci guarda con esibito fastidio. In cuor suo ci deride, il buon selvaggio. Ha un cane pastore al guinzaglio: anch’esso privo di indumenti.

Dopo aver battuto sotto il sole inclemente cinque chilometri di costa e aver appurato che spiaggette free non ce ne sono; dopo aver cercato refrigerio al baretto del porticciolo e aver trovato solo un pelato che sorseggia al bancone una CocaCola indossando una Lacoste gialla mentre sotto garrisce il batacchio penzolante (perchè la Lacoste sì e le mutande no? – ci chiediamo); dopo esserci fatti domande definitive sulla nostra natura piccoloborghese e sulla nostra educazione cattolica, bene, dopo tutto ciò, con la testa che pulsa, stanchi, sudati, mortificati, prendiamo la risoluzione estrema: ci pieghiamo alla dittatura della maggioranza. Che non è una cosa bella. Mai. Neanche da vestiti. Il naturista – che da sempre inneggia alla tolleranza – ci costringe a cambiare natura in nome di una regola (la sua) che nasce libertaria e muore totalitaria, almeno lì all’Ile de Le Porquerolles.

Mia moglie ed io – pur poco avvezzi a girare nudi per le strade del mondo – ci spogliamo, sì, ci togliamo il costume. Solo che bariamo un po’ coprendoci come possiamo le pudenda. Lei si stende al sole su uno scoglio a pancia in giù mentre io rimango immobile in piedi fingendo di osservare – spalle rigorosamente al mare – le formazioni rocciose della parete. Dopo un’ora di indagine geologica però, mi rendo conto che sul fianco destro ho una striscia rossa come quella dei pantaloni dei carabinieri e le chiappe sono diventate due cerchi rossi per una gara di tiro con l’arco. Sono costretto per forza di cose a girarmi. E nell’attimo esatto in cui mi volto passa il battello dei turisti. Scattano foto e ridono incuriositi. Alcuni hanno il binocolo. Il sole ha picchiato duro per tutto il pomeriggio, così quando in anticipo sullo stupore di mia moglie, li saluto agitando forte le braccia, lei rimane distesa e finge di non conoscermi.

Maledetti naturisti – come cantava quell’anarchico buono di Fabrizio De André – sono riusciti a cambiarci, ci son riusciti, lo sai.

 

(da Facciamo che andiamo, Librodiscrivere, 2014)