Silvio Yin e Matteo Yang

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Poi si vede. C’è sempre tempo, in un clima di neo-vetero-proporzionale, di stabilire alleanze tra diversi. Ma diversi, senza troppi incomprensibili patemi d’animo”. Così Giuliano Ferrara ieri sul Foglio.

Lo schema è il solito: Berlusconi e Renzi (prima era D’Alema, poi Bersani ad essere tirato per la giacca) si mettano d’accordo e traghettino l’Italia verso un sistema “normale”. Ad una fase di intervento di pronto soccorso – larghe intese, patto tra responsabili, “inciucio”, chiamatelo come volete – ne segua un’altra di rifondazione della Repubblica. Una specie di sequel del Nazzareno, che è stato una riproposizione della Bicamerale. Un fiume carsico che ha percorso più o meno tutta la storia della seconda Repubblica.

Uno schema diventato ora, in epoche di populismi e di proporzionale, particolarmente complicato, però. Per una ragione semplicissima: il ridimensionato peso specifico di Forza Italia, a cui potrebbe aggiungersi – se la scissione dell’ala dem dal Pd si compisse – una minore forza “contrattuale” anche di Renzi.

Dagli ultimi sondaggi Berlusconi ha più o meno il 13 per cento, con un centrodestra, nel suo complesso, intorno al 30 per cento. Situazione ben diversa dal passato quando – senza proporzionale – il Cavaliere aveva potuto cementare l’alleanza con l’allora An e con la Lega da posizioni di forza. Ora no. Ora l’anatra zoppa è lui. Ecco perché non spinge per le elezioni anticipate: rischierebbe di essere il quarto partito, dopo il Pd, il M5s e la Lega.

E, a questo punto, il voto subito non converrebbe neanche a Renzi. Se ci fosse la scissione dei tre tenori Emiliano-Speranza-Rossi, l’emorragia di voti – Pagnoncelli alla mano – sarebbe consistente (6,5 per cento). Qualche mese di tempo per serrare le fila e fare campagna elettorale – magari buttando qualche miccia tra le fila del governo Gentiloni – potrebbe invece servire a riportare il Pd (o il Pdr, Partito di Renzi, come qualche osservatore ha chiosato) a quote più accettabili.

Matteo Renzi, dopo la sconfitta al referenudum di dicembre, si è definitivamente convinto che – per cambiare l’Italia – ha bisogno di una sponda a destra, e segnatamente con quello che resta dell’ala dialogante del defunto Pdl. Quel referendum è andato a carte quarantotto perché Berlusconi, dal basso della sua debolezza, lo ha usato per riemergere in un panorama politico che lo stava mettendo tra parentesi. Una rivincita contro il Renzi che forzò la mano in occasione dell’elezione di Mattarella e un tentativo – riuscito – di aggrapparsi alla scialuppa dei vincitori.

Nel 2018 si voterà con questa legge elettorale. Difficilmente un Parlamento così rissoso e sfrangiato riuscirà a trovare un accordo per una riforma. Ecco perché il “poi ci si vede” di Giuliano Ferrara può funzionare solo aspettando. Votare ora sarebbe un rischio inutile, sia per Silvio Yin che per Matteo Yang.