Il camperista delle libertà

 

Con la bella stagione Repubblica dedica due pagine intere ai camperisti. Che sono tanti. Che hanno le  loro riviste specializzate, i loro parcheggi, le loro comunità. E che d’estate  si riversano sulle strade di tutta Italia, di tutta Europa e di tutto il mondo.  Ché col camper sei libero di andare dappertutto senza prenotare sennò che lo  compri a fare.

In fondo è vero, “dietro al fascino di viaggiare in camper si  nasconde una filosofia di vita (…) La libertà di fermarti dove e quando  vuoi. E poi dormire dove capita, in mezzo alla natura, sotto un tappeto di  stelle”. Come il Vagabondo della canzone dei Nomadi, quello col “vento  sulla pelle” e – soprattutto – con “sul corpo il chiarore delle stelle”.

Solo che la questione è tremendamente più complessa e non  può essere liquidata con la semplicistica dicotomia freak vs. integrato. Perché  aveva un bel cantare Augusto Daolio “chissà dov’era casa miaaa”. Il fatto è che  per molti possessori di camper la casa è ovunque. Nel senso che la “diversa  filosofia di vita” si oggettiva molto spesso nello schema casetta-in-canada con  tutti gli utensili per una tresettimane che non ci facciamo mancare nulla – dalla tv incastonata nel mogano allo sparasegheduracel. Che è indubbiamente una  ricalibratura dell’approccio freak.

E poi c’è da dire una cosa: il camperista se ne fotte della libertà  altrui. Prendete la circolazione veicolare. Il viaggiatore in camper  non sa mai decidersi dove parcheggiare, traccheggia, teme che i freni si  surriscaldino e in discesa viene giù in prima creando colonne di automobilisti  con due palle così, fa manovre che durano interi quarti d’ora. E se ne frega  bellamente. Se ne frega perché lui si sente migliore di te che stai raggiungendo  la tua mezza pensione a conduzione familiare dove vai da anni.

Poi vogliamo parlare delle soste per la notte? Certo  esistono le aree attrezzate, ma non dappertutto. Per esempio sotto casa mia no.  Però il camperista Brave Hearth – a cui puoi togliere tutto, ma non la libertà – si ferma regolarmente dove vuole e la sua donna dai capelli ispidi come cardi  scozzesi sciacqua le mutande nelle bacinelle e butta l’acqua saponata  sull’asfalto. Per non parlare del water chimico.

Il camperista non lascia nulla al caso. Oltre che pensare  alla defecatio notturna nelle terrae incognitae, prepara meticolosamente i  tragitti studiando nei minimi dettagli la carte stradali. Solitamente sono carte  immense squadernate con evidente orgoglio tripper sul cruscotto dell’Elnagh. Il  viaggiatore in camper ha carte stradali anche dell’Indocina ché se gli capita di  stare alla periferia di Marsiglia e vuole andare in Vietnam (tanto col camper  vai dappertutto) almeno è attrezzato.

Che al camperista non gliene importi un fico secco degli altri lo  capisci da piccoli dettagli. Uno su tutti la decina di biciclette  incollate con le calamite e le caccole dei bambini sulla parete posteriore del  camper. Che se gli stai dietro pensi adesso mi si spiaccica la mountain sul  cofano e poi vagli a spiegare che, dopotutto, è anche la tua fottutissima  vacanza. Meno cazzuta, meno keroukiana, ma   è pur sempre una  filosofia di vita come un’altra.

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