Isole di smeraldo e belle solitudini

Fans Before Spain v Republic of Ireland - UEFA EURO 2012 Group CFra poche settimane comincia in Brasile il campionato del mondo di calcio. L’Italia intera si ritroverà, come sempre in queste occasioni, davanti alla tv per tifare azzurro. Gioendo, imprecando, palpitando, ammutolendo, ruggendo. Una superficie di mare che si gonfia e si muove tutta in blocco. Un grosso animale con le zampe in Puglia, la spina dorsale dal colle di Cadibona all’Aspromonte e i denti in Liguria. Una nazione. Un popolo. E puntuali arriveranno le analisi degli intellettuali: un paese che “si ritrova” soltanto davanti alla Nazionale di calcio che paese è?

Che il calcio sia un fattore di identità non è una novità. Identità costruita a volte anche come riflesso condizionato, come meccanismo di compensazione. Me lo ripeto spesso da quando non vivo più a Terni. E, soprattutto, da quando ho il privilegio di tenere questa rubrichetta per la newsletter Ternana News. Chè per me – tifare Ternana e scrivere di Ternana – sono un po’ come risciacquare i panni in Nera. Sono pratiche – non le uniche, per fortuna – che consentono di mantenere un filo di collegamento con la propria storia, districare i nodi della memoria e fare i conti con la questione delle radici. In una parola, con l’identità. Vasto programma. Carne viva. Circuiti mentali scoperti.

A proposito di identità e di altre (più prestigiose) rubriche, Roberto Napoletano ogni domenica scrive per l’inserto cultura del Sole24Ore un pezzo in cui racconta storie d’Italia e di italiani. In una di queste, a inizio aprile, ha parlato di Umbria e della gente che viene da lì. La bella solitudine degli umbri, questo il titolo dell’articolo che partiva da una dichiarazione di Brunello Cucinelli, il “re del cachemire”, simbolo di una regione di successo che non rinuncia alla propria natura e al proprio way of life. “Sono stato a Los Angeles, Dallas, San Francisco – dichiara Cucinelli – Tutto molto bello, certo, ma non vale il gusto della partita a tressette nel mio paesello”.

Quell’articolo mi ha colpito. Per una ragione molto semplice: era una sequela di luoghi comuni. Il silenzio dei borghi, le piccole cose, l’incanto delle locande, la grande spiritualità. Cose vere per carità, ma che a forza di ripeterle diventano una macchietta da depliant turistico. E che, come ogni conformismo rappresentano una scorciatoia che elimina il chiaroscuro e non aiuta a capirla davvero, l’identità. Quando Cucinelli parla “dell’odore di legna bruciata” compie un’operazione di posizionamento del prodotto: il suo. Che è una strategia di marketing: il brand come Sé. A tutti fa piacere sentirsi dire “ma che bel solitario che sei!”, che discorsi. Solo che non bisogna cadere nella trappola.

Ma torniamo al calcio e alle Nazionali di calcio. In un bel racconto lo scrittore Roddy Doyle descrive con queste parole i Campionati del mondo che l’Irlanda disputò in Italia nel 1990 arrivando ai quarti di finale: “Fu uno dei momenti più belli della mia vita: ero felice di essere dublinese e felice di essere irlandese. La gioia e l’allegria e l’orgoglio (…) Le magliette, i colori. Il tiro lungo di Mick McCarthy. Le canzoni, i giocatori. Paul McGrath. L’eccitazione e la follia e l’amore. Me lo sento ancora tutto dentro e ancora adesso mi viene da piangere”.

Troppo facile, si dirà. Ma che esempio è? Un irlandese non è mica come un italiano. Un irlandese – anche se abita da due generazioni a New York – l’identità ce l’ha incastonata in un punto preciso tra il cuore e l’aorta, pronta a venir fuori non soltanto per una partita di calcio. Un irlandese, se gli dici “ma che bel sanguigno, socievole e schietto abitante dell’Isola di smeraldo che sei”, ti guarderà dritto negli occhi, darà una pacca alla tua spalla e una al tuo maglioncino di cachemere e, poi, rilancerà sorridendo: “Ok, amico, questo lo so da me, offrimi una birra piuttosto”.

P.S. Io comunque, fossi stato in Prandelli, Mirco Antenucci in Brasile me lo sarei portato.

(su TernanaNews – www.ternanacalcio.com)