L’ottomila delle Fere? La serie A

simone-moro-sulla-parete-rupal-del-nangaSimone Moro non ce l’ha fatta. Ha tentato di salire d’inverno su una delle vette più difficili, il Nanga Parbat (8.125 metri), e non c’è riuscito. E così ha ricaricato tutto in spalla e ora sta tornando a casa sua, a Bergamo. Riproverà. Il Nanga Parbat è una cima che sta in Pakistan e non è una montagna per tutti. I tedeschi negli anni Trenta l’hanno chiamata “montagna del destino” ed è conosciuta anche come “mangiatrice di uomini”, un appellativo non certo tranquillizzante. Insieme al K2 è uno dei quattordici ottomila che ancora resiste all’ascesa invernale. Simone, tanto per capire il tipo, ne ha conquistate tre in prima assoluta: lo Shisha Pangma nel 2005, il Makalu nel 2009 e il Gasherbrum II nel 2011.

Naturalmente si era preparato anche per il Nanga Parbat in maniera scrupolosa. Ma il successo in queste cose dipende da tanti fattori, a volte anche dalla fortuna. Soprattutto in inverno, quando le “finestre favorevoli” di bel tempo – come le chiamano – sono veramente molto brevi. Simone Moro aveva raggiunto il campo base a dicembre insieme al compagno di cordata David Goettler e fatto tutto quello che si deve fare. Con pazienza e determinazione. Mettere qualche corda fissa, piazzare i campi lungo la via di salita – il C1 a 5.100 metri, il C2 a 6.100 eccetera – e poi tornare giù, in quella che un altro grande alpinista, l’austriaco Kurt Diemberger, ha chiamato “ascesa a yo-yo”. Lo yo-yo serve ad acclimatarsi bene, prendere confidenza con gli ostacoli più temibili e preparare al meglio il blitz finale.

Lo scrivevo giusto lo scorso anno sempre qua: esiste un legame tra calcio e montagna. Se non altro a livello di metafore: cordate di imprenditori, difensori rocciosi, valanghe di gol, cose così. La metafora simbolo è, senza dubbio, rappresentata dall’espressione “vetta della classifica”. Ecco, come succede per le spedizioni alpinistiche, ogni squadra di calcio prepara la sua impresa nei minimi dettagli. A partire dal ritiro estivo, che è una una sorta di lunga marcia di avvicinamento ai grandi ghiacciai del Karakorum. Lì poi, al campo base, comincia il campionato. La “montagna giocata”, diciamo. Allenatore e calciatori iniziano ad affrontare il ghiaccio dei seracchi, vanno in trasferta con il pericolo sempre presente delle valanghe, si espongono al rischio di congelamenti. Vanno su e tornano giù. Con la giusta tensione e il valore anche estetico della sofferenza. E – intanto – smuovono la classifica. Coscienti che una tenda piazzata a più di 7mila metri è una vittoria fuori casa. Tre punti che magari permetteranno di tentare – chissà – l’assalto alla cima.

Naturalmente ognuno ha il suo Nanga Parbat personale. Nella vita, nella professione e nel proprio modo di affrontare il mestiere di tifoso. Alcuni in estate, vista la campagna acquisti e l’arruolamento perfino di alpinisti uruguagi, pensavano che l’ottomila della Ternana potesse essere addirittura la serie A. La realtà è stata – finora – piuttosto cruda. Il mal di montagna, le insidie dei crepacci, le furiose bufere di neve affrontate al campo base del Libero Liberati e nei bivacchi in parete, beh, tutte queste avversità hanno di fatto un po’ frenato l’ardimento e la fiducia iniziali.

Solo che la stagione non è finita. Magari si apre una “finestra favorevole” di bel tempo, vinciamo quattro partite di seguito e ci troviamo all’ultimo campo alto prima del blitz finale alla vetta. In ogni caso, se così non fosse, ci comporteremmo come Simone Moro. Coscienti che abbiamo fatto tutto il possibile, progetteremmo la salita per l’anno venturo. Sperando stavolta nella buona sorte.

(Su TernanaNews – www.ternanacalcio.com)