Bòttega, Dirceu e il senso della ferinità

71415_10200201083367502_1752288219_nMagari sbaglio, ma Ternana-Avellino io la considero un poʹ una ″classica″. Certo, non come Juve-Inter o Roma-Napoli che discorsi, ma pur sempre un match dal retrogusto nobile tra due squadre belle, con una maglia bella, con un simbolo bello. E con un passato molto simile, fatto di gioie, ma anche di sofferenze da non augurare a nessun tifoso (vedi alla voce ″fallimento″). I momenti di gloria calcistica di Terni e Avellino non viaggiano in sincrono, però. Se per i rossoverdi formidabili furono gli anni Settanta, quando sotto la guida di Corrado Viciani ed Enzo Riccomini fummo impegnati in salite e discese con lʹascensore della serie A, per l’Avellino il periodo dʹoro iniziò proprio nel momento in cui noi cominciammo a perdere colpi.


Lʹanno del simbolico passaggio di testimone è il 1978. Alla fine di quel campionato i lupi riuscirono ad approdare alla massima divisione piazzandosi terzi dietro lʹAscoli e a pari merito con il Catanzaro di Massimino Palanca. Noi, allenati da Rino Marchesi, fummo quarti a quota quarantadue, anche se – triste consolazione – di punti per la promozione gliene concedemmo solo uno: due a zero al Liberati – gol di Carmelo La Torre e Roberto Casone – e zero a zero al Partenio. LʹAvellino in serie A ci rimase poi – a differenza nostra – una decina di campionati e, per una beffarda ironia della storia, fu proprio Marchesi a sedere sulla loro panchina lʹanno successivo e lʹaltro ancora. Per noi, nel frattempo, erano iniziati i terribili anni Ottanta, da cui – alla facciaccia degli Afterhours – uscimmo vivi, alla fine.

La storia dei biancoverdi è piena di giocatori fantastici, anche dal punto di vista dellʹappeal. Uno su tutti Dirceu. Che calcò l’erbetta del Partenio durante la parabola discendente del calcio irpino. Ma prima di lui – quando i lupi azzannavano da par loro – ci fu quella pantera mezza creola di Geronimo Barbadillo e un altro brasiliano, meno elegante di Dirceu, ma velocissimo ed eccentrico nellʹesultanza: Juary, che in seguito passò all’Inter di – guarda il caso, a volte – Rino Marchesi. E poi il dio indio Ramon Diaz, il bisonte autroungarico Walter Schachner, ma anche tanti italiani per nulla disprezzabili, da Beniamino Vignola a Nando De Napoli, da Gil De Ponti, che somigliava vagamente ad Alan Sorrenti, fino alla coppia di difensori esteticamente più minacciosi della serie A, Di Somma-Cattaneo, da pronunciare insieme come Scilla e Cariddi. Su Stefano Tacconi preferirei soprassedere per la presenza di fastidiosi tuberi nella cavità orale. Naturalmente sua.

Insomma una squadra dal blasone piuttosto robusto, lʹAvellino. Un poʹ come il Lanerossi Vicenza o il Pisa o la Spal. Con quella divisa che ricorda una brughiera irlandese e quellʹemblema volitivo – il lupo – da sempre simbolo di ardimento e ferinità. Attributi dai quali un calciatore – è del tutto naturale – può legittimamente essere attratto. Detto questo però, sarebbe bello se sabato la Ternana riuscisse a far sua la ″classica″ anche solo per uno a zero. Magari con un gol di Antonio Zito che, dopo aver realizzato, va convintamente sotto la Est a ricevere gli applausi altrettanto convinti della tifoseria.

Perchè se è vero che la Ternana di brasiliano non ebbe Dirceu ma Bòttega, una cosa deve essere comunque chiara: il verde brughiera senza rosso non ha alcun senso. E, quanto a ferinità, vuoi mettere il drago con il lupo?

(su TernanaNews – www.ternanacalcio.com)

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