Il calcio in barrique

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Quando ho gente a cena o quando devo regalare un paio di bottiglie come si deve a qualcuno senza correre il rischio di fare figuracce, c’è un posto a Genova che riesce a camuffare le mie molto discutibili conoscenze in materia di vitigni, sentori e aromi retronasali: le Cantine Salvadori. Ora, a parte il fatto che stanno in via Montevideo – la capitale uruguagia per la quale stravedevo prima dell’inizio del campionato e su cui, magari sbagliando, sto ancora puntando i miei barattoli di fiches disperate – le Cantine Salvadori sono un vero e proprio luogo dello spirito. Sotto tutti i punti di vista.


Le gestisce una famiglia di toscani molto simpatici
. Un lui sornionamente taciturno, una lei efficiente e sempre in movimento e due figli già grandi che, pur essendo nati e cresciuti a Genova, esibiscono un accento mica tanto genovese. Che non hanno perso i propri punti di riferimento lo capisci da un particolare: alla porta del magazzino sta appeso un gagliardetto dell’Empoli Football Club. I Salvadori non tifano Genoa o Samp, ma seguono le gesta di Tavano e Maccarone e magari la sera, a casa, stappano una di quello buono quando i biancoazzurri prendono tre punti. Naturalmente sanno che sto per la Ternana e che lunedì prossimo – gliel’ho detto – quella bottiglia preferirei berla io.

Esiste sempre nel mondo sensibile un nesso tra le cose gradevoli
. E ce n’è uno evidentissimo anche tra pallone e vino. Non l’alcol che stordisce e ottunde, ma la sostanza che dilata ed esalta le facoltà umane (“l’ubriaco offende il vino”, dice Eduardo Galeano in Splendori e miserie del gioco del calcio). Un aggancio che si nota innanzitutto nei modi di dire. I numeri 7 – quelli di una volta – avevano tutti un dribbling ubriacante. Le squadre che divertono giocano un calcio champagne. Poi ci sono i festeggiamenti: quando vieni promosso con cosa brindi? Provate a immaginare una festa per la Ternana in serie A con porchetta e acqua Sangemini. Suvvia, siamo seri. Roger Scruton, un filosofo inglese contemporaneo ha scritto un libro pregevole che si intitola Bevo, dunque sono. Nel preludio afferma: “Lungo tutta la storia di cui si ha notizia l’uomo si è reso la vita sopportabile assumendo sostanze inebrianti”. E il calcio, al pari del vino, lo è.
Noto in ogni caso un’evoluzione, sia nel consumo di alcol che in quello di calcio. Non si deve mai esagerare in quantità, però oggi si degusta, si sorseggia col becco appuntito e il bevitore veste in doppiopetto. Che è un po’ come assistere a Ternana-Empoli seduti nel salotto di casa. Sì, puoi metterti la maglia di Borgobello, ma – e lo dico a mio sfavore – se non vai allo stadio, anche solo per ragioni di lontananza geografica, perdi qualcosa. Così come la moda della bottiglia ha incoronato esperti, segnato carriere e sancito l’ingresso in società di parvenu del bon ton, il calcio parlato con i nuovi tic verbali (“quello era rigore tutta la vita“, “Higuain è tanta roba“) e le pose dei commentatori tv sta standardizzando il gusto. La presenza massiccia della televisione produce calcio in barrique, ecco la verità.
Qualche volta mi sono chiesto: e se la Ternana fosse un vino, che vino sarebbe? Possente, energico e magari – va da sè – con un leggero retrogusto d’acciaio? Oppure uno “dal profumo gentile e placido, che ricorda la torba, i cereali, la terra e le spezie” (giuro che l’ho letto da qualche parte)?
Non so. E forse, pensandoci bene, il giochino non è neppure interessante. Quello che so è che a me lunedì sera – non me ne vogliano i Salvadori – basterebbe brindare anche solo col Tavernello. Magari dopo averlo versato in calici di cristallo, sorseggiando col becco appuntito e la maglia numero 9 di Borgobello indosso.
(su TernanaNews – Ternanacalcio)
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