QUEL FURBACCHIONE DI PRODI. E FRA UN PO’ ARRIVA PURE VELTRONI, VEDRETE

 

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E se l’endorsement di Romano Prodi per Paolo Gentiloni – oggi a Bologna in occasione della presentazione di una lista patrocinata dal suo ex ministro Giulio Santagata – fosse solo una mossa tattica di riposizionamento in vista della molto probabile sconfitta della sinistra?

Lo aveva già scritto Marcello Sorgi qualche giorno fa in occasione di un’analoga mossa del professore. “Voterò per il centrosinistra. Liberi e Uguali non è per l’unità”, dichiarò a fine gennaio. facendo un po’ incacchiare Bersani e raccogliendo un grazie – dovuto, ma non esibito – dello stesso Renzi (che, naturalmente, mica poteva dire che di Prodi non sa cosa farsene).

Sorgi scrisse che il professore si apprestava a ricompattare le fila del centrosinistra dopo il capitombolo del 4 marzo. Di qui la posa da padre fondatore e la riproposizione dell’eterno schema ulivista: alleanza larga con le forze del cattolicesimo democratico e della sinistra riformista eccetera eccetera.

Stavolta è uguale. Anche stavolta, augurandosi un recupero miracoloso del centrosinistra ( e del Pd, è inutile girarci intorno), Prodi non ha nulla da perdere: se la sconfitta sarà meno cocente del previsto sarà merito suo, se – invece – il centrosinistra non riuscirà a tenere botta avrà bisogno di una rifondazione e di una ripartenza. E chi meglio dell’inossidabile professore?

Mi aspetto da un momento all’altro un’intervista di Walter Veltroni dello stesso tenore. Dopodichè Renzi può toccare tutti gli amuleti che ritiene.

W IL PADRE DI FABRIZIO DE ANDRE’, IL VERO SUONATORE JONES

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Sono di due tipologie le critiche a “Principe libero”, la fiction tv (non male) dedicata a Fabrizio De André, andata in onda questa settimana su Rai1.

Da una parte ci sono quelli che si concentrano sugli aspetti formali – pare un fotoromanzo, Marinelli (l’attore che interpreta Faber) bravissimo, ma perché l’accento romano? – e dall’altra quelli che mirano alla sostanza, gli indignati, le vestali del deandrépensiero, i puristi coi vinili nello scaffale.

Dei primi non me ne frega nulla. È degli altri che vorrei parlare, da sinistra. Di quelli che Faber si sta rivoltando nella tomba, di quelli che l’anarchico buono di qua e l’amico fragile di là. Di quelli che – ecco il punto “politico” – uh, i campi alle ortiche del suonatore Jones! Suonatore – va da sè – contrapposto al borghesuccio che, invece, i campi li coltiva.

La radice “politica” del problema sta tutta qui: nel malinteso (poetico, per carità) che fa gridare allo scandalo questi abbaialuna postsessantottini che si sono appropriati della cultura di sinistra in Italia e che nei salotti di casa propria possono permettersi di continuare ad ascoltare i dischi di Fabrizio De André come se il tempo non fosse passato. Anarchici alle vongole incapaci di costruire alcunché.

Perché i campi vanno coltivati. Punto. E se siamo ridotti così è perché una generazione di paraculi, potendo contare sul lavoro fatto dalle generazioni precedenti, si è abbeverata ad una cultura libertaria utilizzandola come alibi per fare i fatti propri. Egoisticamente. Una generazione che continua ad ammorbarci con la sua diversità e inattualità e irriducibilità e papparapà. Non è educativo, non è di sinistra.

Non so se, poco prima di morire, il padre di De André – come riportato nella fiction – avesse davvero detto a Fabrizio: “L’ho imparato da te… un ridere rauco e ricordi tanti e nemmeno un rimpianto”. Ecco, se fosse andata proprio così, le parole di uno che ha diretto aziende e sì, ha vissuto una vita da borghese vero – mondo da cui Fabrizio voleva emanciparsi – beh quelle parole sarebbero la migliore risposta agli abbaialuna di cui sopra.

Nemmeno un rimpianto: niente di più ma – soprattutto – niente di meno del suonatore Jones.

CRAXI E I VERI STATISTI

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Alla fine non è andato. Troppo rischioso politicamente. La rivelazione di Repubblica secondo la quale Berlusconi avrebbe aperto la campagna elettorale visitando la tomba di Craxi ad Hammamet non era vera. Oppure – magari – quel viaggio lo aveva davvero pianificato e poi – chissà perché – derubricato a cosa troppo divisiva, come si dice oggi.

Ma perché Craxi continua ad essere un paria della politica italiana? Perché, a 18 anni dalla morte, è ancora un politico di cui vergognarsi? Lo chiedo davvero. E quel davvero significa che non è più accettabile la risposta classica: perché tangentopoli, perché il sistema corruttivo di qua e l’istinto predatorio di là, eccetera eccetera. Non basta più. Sarebbe consigliabile una lettura storica vera.

E per questo compito ci può aiutare un libroIl governo del leader: Craxi a Palazzo Chigi (1983-1987), curato da Roberto Chiarini –  che parla dello statista e non del predone socialista. Craxi fu il primo a capire che l’Italia aveva bisogno di essere svecchiata. Il suo problema è che lo capì troppo presto, in un contesto storico di assoluto stallo politico dove conquistare anche uno zerovirgola percento era un’impresa titanica.

Craxi si rese conto che i “grandi soggetti collettivi” – partiti e sindacati – stavano uscendo di scena e che occorreva riempire lo spazio della politica con nuove forme di protagonismo. Ciò per non lasciare il campo a poteri altri. E per questo bisognava superare il parlamentarismo paludoso con forme di presidenzialismo virtuoso. Presidenzialismo, non cesarismo. Governo del presidente, non del caudillo.

Dopo il redde rationem del 1992-1993 – ironia della sorte – l’Italia sembrava avviata su questa strada. A seguito dei referendum Segni abbiamo avuto infatti una stagione in cui si è annusato – senza mai assaggiarlo veramente – un sistema dell’alternanza che, con tutti i difetti che non stiamo qui a ricordare, ci ha messo al passo con le democrazie occidentali più evolute.

Ora siamo tornati alla casella di partenza. Ecco, forse, perché ci si vergogna di Craxi. Perché fu moderno quando era difficile esserlo. E questa è una dote da statista vero.

LUNGA VITA AGLI ALESSANDRINATTA

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Qualche giorno fa al cimitero di Oneglia in provincia di Imperia si è ricordato, per il centenario della nascita,  l’ultimo segretario del Pci Alessandro Natta. L’ultimo, perché – dopo – ci fu la Bolognina e il Pci cambiò nome.

Quello rappresentato da Natta era un vecchio mondo. Un mondo di tante sezioni e tanti iscritti, di discussioni infinite (ma terribilmente serie), di feste de l’Unità oceaniche, insomma un mondo che in larga parte non c’è più.

Ma non è di reducismo che si vuole parlare, almeno non di quel reducismo lì. La condizione del reduce è brutta, perché il reduce è qualcuno a cui manca qualcosa. Un qualcosa generalmente che non si rinviene nel presente e di cui non si vede traccia nel futuro.

Cosa mancava a Oneglia lo ha spiegato bene Ugo Sposetti, il vecchio storico e abrasivo tesoriere del partito, intervistato da Repubblica: “Quella come Natta era davvero gente di un’altra cultura. Lui era laureato alla Normale, potevi sentirlo duellare con Paolo Bufalini sui grecisti e sui latini”.

Ora – a parte che Sposetti evidentemente appartiene alla nuova gente (o dici grecisti e latinisti oppure greci e latini) – il tema posto non è di poco conto. Ricordo al liceo di aver studiato su libri di testo che contenevano scritti dello storico dell’economia Amintore Fanfani, dello storico del Risorgimento Giovanni Spadolini, dello storico Palmiro Togliatti. Studiosi, prima che politici. O forse politici perché studiosi.

Senza scomodare la Repubblica (nel senso di libro VIII), resto convinto che – al netto dei “sapienti” di Platone – sia preferibile votare qualcuno che abbia qualcosa da insegnare, che sappia come-si-fa, che sia migliore di me. Beninteso, non migliore in senso morale, ma più preparato.

Quindi, lunga vita agli alessandrinatta. Di qualunque partito politico siano.

GRASSO, SULL’UNIVERSITÀ DI’ QUALCOSA DI SINISTRA

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Chi ha paura del numero chiuso? è il titolo di un librino agile uscito qualche anno fa per Feltrinelli e scritto da Marco Santambrogio. Il prof immagina un dialogo con una studentessa e dimostra quanto alcuni miti della sinistra in tema di istruzione siano in realtà veri e propri crampi mentali, prese di posizione ideologiche che finiscono – strano fenomeno di eterogenesi dei fini – per sortire un effetto opposto a quanto si ripromettevano in termini di giustizia sociale.

Uno di questi è – appunto – il numero chiuso: siamo sicuri – si chiede l’autore – che un’università-esamificio aperta a tutti e che (dunque) perde necessariamente qualcosa in qualità sia una roba che avvantaggia le classi meno abbienti? Semmai è vero l’opposto: il feticcio di un’istruzione purchessia e gratis favorisce di fatto chi può permettersi di pascolare qualche anno in più in facoltà confidando che – una volta ottenuta di riffa o di raffa la tanto agognata laurea – la provenienza familiare gli assicurerà un posto al sole.

L’università insomma non solo non funziona da motore selettivo (come dovrebbe), ma finisce per perpetuare un’ingiustizia sociale con la complicità di chi continua ad agitare il totem ideologico dell’istruzione-per-tutti.

A questo ho pensato quando Liberi e uguali per bocca del suo leader Pietro Grasso ha lanciato la proposta di azzerare le tasse universitarie. Mossa elettorale che mira evidentemente ad intercettare in chiave anti-Pd i voti dei giovani e della classe docente. Cose diverse, si dirà. Santambrogio parla di numero chiuso, Grasso di scuola gratis. Anche se, a ben vedere, il sottotesto è il medesimo: l’istruzione gratis e per tutti è una roba di sinistra.

Provate a pensarci bene, però. Il rampollo di buona famiglia che – con un posticino in studio da papà che lo aspetta – non solo si laurea con comodo a spese della scuola pubblica, ma che – grazie alla proposta di Grasso – non scuce neanche un copeco per il disturbo.

Ma che cavolo di sinistra è mai questa?

DI DEMOCRAZIA DIRETTA, TROLLEY E NASTRI TRASPORTATORI

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Ci sono due scuole di pensiero per affrontare politicamente la faccenda M5s. Da una parte quelli che li considerano dei palloni gonfiati analfabeti e che quindi ritengono sufficiente (alla lunga) l’arma della derisione e del motteggio per smontare il giocattolino. Dall’altra – visto che il giocattolino continua a stare in piedi – c’è chi sostiene sia più furbo prenderli sul serio ed entrare nel loro campo di gioco.

Sabino Cassese fa parte di questo secondo gruppo. Ieri dalle colonne del Corriere della sera ha tentato di disinnescare la storiella della “democrazia diretta”: ok, fanculo alla rappresentanza senza vincolo di mandato; l’eletto è solo un “portavoce” che deve funzionare da mero nastro trasportatore: sono gli iscritti al movimento che stabiliscono quali bagagli, cioè quali proposte di legge, metterci sopra.

Ma chi decide – ecco la domanda centrale – i tempi e i criteri di selezione delle proposte che vengono dalla base? Se gli iscritti sono (tutti) sovrani, perché scegliere un trolley blu e scartarne uno fucsia? Dice: la maggioranza. Ok, ma quando la si interroga, la base? E come? “Se molte fossero le richieste – scrive Cassese – gli iscritti non verrebbero sottoposti a un fuoco di fila di votazioni, in numero tale da assorbire le loro energie quotidiane?”. Logorante, non vi pare? “Il cittadino chiamato a partecipare dalla mattina alla sera – continua Cassese – è il cittadino totale, richiede una politicizzazione totale dell’uomo”.

Il filosofo Isaiah Berlin tenne nel 1952 una serie di conferenze, trasmesse dalla BBC con grande successo, su sei figure emblematiche di “nemici della libertà”. Tra questi Jean-Jacques Rousseau. Berlin dimostrò che la democrazia diretta – cioè il presunto azzeramento della distanza tra libertà e autorità – è il prodromo di ogni regime totalitario. Per Rousseau la volontà dell’uomo non può che confluire nella Volontà generale, che è sempre vera e fa il bene dell’individuo. E se l’uomo non lo riconosce, questo bene? Elementare: perché è traviato da “cricche, consorterie e sette” e non ragiona con razionalità. Di qui la necessità di essere corretto. “È questo il significato della famosa frase di Rousseau – dice Berlin – secondo la quale la società ha il diritto di costringere gli uomini ad essere liberi”.

Insomma – e qui mettiamo insieme Cassese e Berlin – non è pensabile che un cittadino normale (che lavora, ha figli e cose da sbrigare tipo mutuo per la casa, sabbiera del gatto eccetera eccetera) possa vivere immerso nella politica ed esercitare h24 il suo diritto di mettere valigie sul nastro trasportatore. Ecco perché l’uomo totale finirà per affidarsi a un’opaca entità metapolitica che detterà la linea. E di diretto c’è soltanto il trasferimento della sovranità dal popolo a quell’entità.

Altro che scegliere il colore del trolley!

LO SQUADRISMO DI TRAVAGLIO

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Non sorprende che su Libero si difenda oggi la battuta di Marco Travaglio su “legislazione da sciogliere nell’acido” dicendo che in fondo siamo un po’ tutti vittime di una presunta “dittatura del linguaggio”. Non sorprende perché, in nome di una battaglia contro il politically correct, si dicono cose francamente indecenti.

Del resto era stato lo stesso Travaglio ad accampare una sorta di diritto a dire-le-cose-per-le-spicce contro la tirannia del mieloso senso comune, quello dei pantofolai e dei tonti, per intenderci.

Ecco, impostare le cose così sa tanto di squadrismo. Verbale, sia chiaro, ma pur sempre squadrismo.

A questo proposito consiglio a tutti di leggere un prezioso librino di Flavio Baroncelli, Il razzismo è una gaffe. Eccessi e virtù del politically correct. Baroncelli parte dagli Stati Uniti, dove c’è stato un tempo – che dura ancora, a giudicare dagli esiti delle ultime elezioni presidenziali – in cui i liberal sono stati messi all’angolo perché noiosi, intellettualoidi e affetti da una sorta di bigottismo da “correttezza politica”.

Il mondo “vero” è diverso. Nel mondo “reale” non si ha paura di parlare un linguaggio offensivo. Quello che conta è il significato, non l’intenzione. E – nel caso di Travaglio – ad avere significato era il messaggio politico (basta con questi cinque anni), non la spuma delle parole (il richiamo alla violenza contro le donne o a metodi utilizzati dalla mafia). Avete presente il refrain sul dito e la luna?

Ora, Baroncelli scrive una cosa fondamentale e cioè che è (anche) il linguaggio a rendere il mondo decoroso: “Il linguaggio non offensivo è uno strumento di convivenza su cui è sciocco fare sempre e solo del sarcasmo”. Certo, ci sono degli eccessi, ma la sostanza è che non si può sempre dire quello che si vuole, nella forma che si vuole e con un tono di voce che se ne infischia di chi ci sta intorno. Insomma, non si può trasformare un giornale (o uno strumento social) in un bar.

Altrimenti non fai il direttore, ma – appunto – lo squadrista verbale.

Se il naturista mi diventa intollerante

calanguinier_levant_plage_naturiste_0Ma non è stato sempre così. Coi bambini a tracolla, voglio dire. Siamo stati punk prima di voi – mia moglie ed io – siamo stati più cattivi, noi. E abbiamo avuto anche una sana passione per l’heavy metal e per il mare quello bello, quello trasparente, quello intatto. Anche ora, se è per questo, ma ormai è da un po’ che non capita di trovarci – come quell’estate là – in Provenza per una diecigiorni cultural-naturalistica da incorniciare. Bene, state lì che adesso vi dico.


Io e la Cri, stanchi e rilassati sulla via del ritorno verso Genova, dopo uno spuntino di
crudités di mare, decidiamo di prolungare i benefici effetti della vacanza concedendoci un’ultima tappa all’Ile de Le Porquerolles, dove c’è un parco marino incantevole della Costa Azzurra, proprio davanti alla città di Hyeres. Ma ahimè non sappiamo – perchè siamo ancora giovani e forti e sprovvisti di prole e non abbiamo la necessità di programmare con metodo – che in quell’isola esiste una zona riservata ai nudisti e completamente off limits per i “costumati”.

Ok, arriviamo al porticciolo e il battello della domenica ci lascia proprio all’ultimo attracco di quel paradiso terrestre. I gabbiani planano in acqua descrivendo prospettive ardite e da subito notiamo – nelle risalite – che alcuni di loro hanno un piumaggio meno folto del normale nella zona ventrale.

La maggioranza dei gitanti è restata a bordo proseguendo il giro panoramico alla volta della terraferma. Il combinato disposto di questo comportamento sociale e il sedere pressochè glabro dei gabbiani dovrebbe sollevare in noi un legittimo sospetto. E invece no, ci sorridiamo incoscienti l’un l’altra pregustando lo stravacco in spiaggia.

Siamo giovani e forti e sprovvisti di prole, del resto.

Il punto di sbarco è pressochè deserto. Vi regna un silenzio gravido di possibilità. I pochi che sono scesi insieme a noi si sono dileguati quasi istantaneamente prendendo per scalette e sentierini da capre tibetane. A sinistra ce n’è uno che sale nella macchia mediterranea e noi lo imbocchiamo. Mirti, ginestre, minchie aulenti e cose così.

Dopo pochi passi ci si para davanti un cartello minaccioso: l’immagine di una sgargiante mutanda da mare, cerchiata in un segnale stradale che indica inequivocabilmente un divieto. Divieto di braga. Ed è solo allora che mi torna in mente il depliant occhiato con troppa distrazione al punto d’imbarco: Le Porquerolles, il paradiso dei naturisti.

Però il sentiero è profumato, le cicale friniscono volenterose e i pini si protendono su un mare blu cobalto che incanta. Guardo mia moglie. E’ bella e siamo lì per goderci un pomeriggio di natura incontaminata, quindi un po’ naturisti lo siamo anche noi. E’ vero, in quell’isola apparteniamo ad una minoranza di “benpensanti”, però riteniamo che il nostro diritto rimanga giuridicamente rilevante. La Francia poi è uno Stato sovrano e si può ragionevolmente supporre che non permetta, all’interno dei propri confini, una Repubblica dell’allegra mutanda che impone leggi proprie e magari batte moneta con – sopra – un par de chiappe in rilievo. Sì, ok la libertè, d’accordo con la fraternitè, ma fino a un certo punto. Sicchè, forti di questa analisi storico-costituzionale (e anche numismatica), decidiamo di non darci per vinti. Anche perchè – e questi sono senz’altro gli argomenti decisivi – il sole è un martello pneumatique, il battello tornerà a riprenderci dopo tre ore e dobbiamo assolutamente scendere quanto prima in una caletta per bagnarci un po’ la testa… Dio, queste cazzo di cicale!

Proseguiamo dunque, anarchici, in bermuda e shorts tra i fiori e le frasche, incuranti di quel minaccioso segnale stradale e con un vago senso di sfida all’ordine costituito, mescolato però ad una sensazione di colpa un po’ fuori luogo. E se arriva la gendarmerie col fischietto? Ci dà la multa per abuso di indumento? Fììiii! Ci intima di spogliarci pistola alla mano come nel film Siamo uomini o caporali con Totò e Fiorella Mari (e levate ‘a cammesella)? Mentre camminiamo lo immagino – il fischione della gendarmerie – completamente nudo tra i fichi d’India spinosi con, in testa, un cappello da poliziotto dei Village People e un cinturone bianco. Lo vedo avvicinarsi a falcate decise. Appesi e penzolanti ai passanti di cuoio ha un taccuino per le contravvenzioni e uno sfollagente che sbatacchia e gli irrita la coscia brunita dal sole.

Ma ecco laggiù un’insenatura di smeraldo. Una favola da depliant Alpitour. I ciottoli bianchi e lucidi sono carezzati dalla spuma. Prendiamo a scendere. Le nostre infradito alzano sbuffi polverosi nella sabbia rossiccia. Una curva, un’altra, una terza. Poi, doppiata un’agave, dietro un tornante improvvisamente due glutei di bronzo iniziano ad occhieggiare tra le foglie scure. Brillano metallici al sole di canicola. Di fronte ad essi ballonzolano, addossate all’ombra della roccia, due mammelle immense e piatte e gelatinose che paiono tremolanti gong mongoli. Sguardo muto e divertito tra me e mia moglie. Decidiamo, per rispetto delle forme altrui, di riguadagnare il crinale. E lo intersechiamo proprio nell’esatto istante in cui un indio yanomami di Milano sta percorrendo il sentiero nella direzione opposta. Ci guarda con esibito fastidio. In cuor suo ci deride, il buon selvaggio. Ha un cane pastore al guinzaglio: anch’esso privo di indumenti.

Dopo aver battuto sotto il sole inclemente cinque chilometri di costa e aver appurato che spiaggette free non ce ne sono; dopo aver cercato refrigerio al baretto del porticciolo e aver trovato solo un pelato che sorseggia al bancone una CocaCola indossando una Lacoste gialla mentre sotto garrisce il batacchio penzolante (perchè la Lacoste sì e le mutande no? – ci chiediamo); dopo esserci fatti domande definitive sulla nostra natura piccoloborghese e sulla nostra educazione cattolica, bene, dopo tutto ciò, con la testa che pulsa, stanchi, sudati, mortificati, prendiamo la risoluzione estrema: ci pieghiamo alla dittatura della maggioranza. Che non è una cosa bella. Mai. Neanche da vestiti. Il naturista – che da sempre inneggia alla tolleranza – ci costringe a cambiare natura in nome di una regola (la sua) che nasce libertaria e muore totalitaria, almeno lì all’Ile de Le Porquerolles.

Mia moglie ed io – pur poco avvezzi a girare nudi per le strade del mondo – ci spogliamo, sì, ci togliamo il costume. Solo che bariamo un po’ coprendoci come possiamo le pudenda. Lei si stende al sole su uno scoglio a pancia in giù mentre io rimango immobile in piedi fingendo di osservare – spalle rigorosamente al mare – le formazioni rocciose della parete. Dopo un’ora di indagine geologica però, mi rendo conto che sul fianco destro ho una striscia rossa come quella dei pantaloni dei carabinieri e le chiappe sono diventate due cerchi rossi per una gara di tiro con l’arco. Sono costretto per forza di cose a girarmi. E nell’attimo esatto in cui mi volto passa il battello dei turisti. Scattano foto e ridono incuriositi. Alcuni hanno il binocolo. Il sole ha picchiato duro per tutto il pomeriggio, così quando in anticipo sullo stupore di mia moglie, li saluto agitando forte le braccia, lei rimane distesa e finge di non conoscermi.

Maledetti naturisti – come cantava quell’anarchico buono di Fabrizio De André – sono riusciti a cambiarci, ci son riusciti, lo sai.

 

(da Facciamo che andiamo, Librodiscrivere, 2014)

Silvio Yin e Matteo Yang

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Poi si vede. C’è sempre tempo, in un clima di neo-vetero-proporzionale, di stabilire alleanze tra diversi. Ma diversi, senza troppi incomprensibili patemi d’animo”. Così Giuliano Ferrara ieri sul Foglio.

Lo schema è il solito: Berlusconi e Renzi (prima era D’Alema, poi Bersani ad essere tirato per la giacca) si mettano d’accordo e traghettino l’Italia verso un sistema “normale”. Ad una fase di intervento di pronto soccorso – larghe intese, patto tra responsabili, “inciucio”, chiamatelo come volete – ne segua un’altra di rifondazione della Repubblica. Una specie di sequel del Nazzareno, che è stato una riproposizione della Bicamerale. Un fiume carsico che ha percorso più o meno tutta la storia della seconda Repubblica.

Uno schema diventato ora, in epoche di populismi e di proporzionale, particolarmente complicato, però. Per una ragione semplicissima: il ridimensionato peso specifico di Forza Italia, a cui potrebbe aggiungersi – se la scissione dell’ala dem dal Pd si compisse – una minore forza “contrattuale” anche di Renzi.

Dagli ultimi sondaggi Berlusconi ha più o meno il 13 per cento, con un centrodestra, nel suo complesso, intorno al 30 per cento. Situazione ben diversa dal passato quando – senza proporzionale – il Cavaliere aveva potuto cementare l’alleanza con l’allora An e con la Lega da posizioni di forza. Ora no. Ora l’anatra zoppa è lui. Ecco perché non spinge per le elezioni anticipate: rischierebbe di essere il quarto partito, dopo il Pd, il M5s e la Lega.

E, a questo punto, il voto subito non converrebbe neanche a Renzi. Se ci fosse la scissione dei tre tenori Emiliano-Speranza-Rossi, l’emorragia di voti – Pagnoncelli alla mano – sarebbe consistente (6,5 per cento). Qualche mese di tempo per serrare le fila e fare campagna elettorale – magari buttando qualche miccia tra le fila del governo Gentiloni – potrebbe invece servire a riportare il Pd (o il Pdr, Partito di Renzi, come qualche osservatore ha chiosato) a quote più accettabili.

Matteo Renzi, dopo la sconfitta al referenudum di dicembre, si è definitivamente convinto che – per cambiare l’Italia – ha bisogno di una sponda a destra, e segnatamente con quello che resta dell’ala dialogante del defunto Pdl. Quel referendum è andato a carte quarantotto perché Berlusconi, dal basso della sua debolezza, lo ha usato per riemergere in un panorama politico che lo stava mettendo tra parentesi. Una rivincita contro il Renzi che forzò la mano in occasione dell’elezione di Mattarella e un tentativo – riuscito – di aggrapparsi alla scialuppa dei vincitori.

Nel 2018 si voterà con questa legge elettorale. Difficilmente un Parlamento così rissoso e sfrangiato riuscirà a trovare un accordo per una riforma. Ecco perché il “poi ci si vede” di Giuliano Ferrara può funzionare solo aspettando. Votare ora sarebbe un rischio inutile, sia per Silvio Yin che per Matteo Yang.

El pueblo desunido

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Ma precisamente cosa intendono – oggi, nel 2017 – quelli che dicono “il nostro popolo”? “Il nostro popolo non capirebbe, stiamo perdendo il consenso del nostro popolo, il nostro popolo ci sta lasciando, il nostro popolo sta andando con Pippo e Pluto, eccetera eccetera?

Lo chiedo senza intenzione polemica, sia chiaro, ma da osservatore politico. E da antropologo, diciamo.

A quali “popoli” fanno riferimento? Ai popoli novecenteschi? Pellizza da Volpedo, gli operai della Magneti Marelli, gli arrostitori di salsiccia alle Feste de l’Unità? No, per capire.

Quei popoli lì non ci sono più, ok? Fine trasmissione. O ammesso che ce ne fosse un rimasuglio, alla lunga sarebbe sempre più minoritario. Quindi, se hai tra i 40 e i 50 anni e hai dei figli piccoli a cui dover rendere conto, non puoi pensare al quel popolo.

A meno che la sinistra non voglia vincere algunas favas, come canterebbero gli Inti Illimani.