Diavolo d’un Cuperlo

Cossutta: da Grasso a Napolitano, in tanti a camera ardente

A Giovanna Casadio di Repubblica che gli chiede se Anpi fa bene a dire No al referendum costituzionale, Gianni Cuperlo risponde apoditticamente: “Chi ha fatto il partigiano va rispettato sempre, qualunque posizione esprima”.

Posso anche essere d’accordo (anche se uno che ha vissuto la guerra io mi sento di rispettarlo comunque, partigiano o no), tuttavia non mi sfugge che ci sono alcuni che, ancorché partigiani, la riforma costituzionale la appoggiano, come ad esempio il “comandante diavolo” Germano Nicolini.

E a questo punto chiedo due cose, tra loro legate: 1) rispetto significa anche appalto della verità in materia costituzionale? 2) se così fosse (ma non lo è), il “comandante diavolo” va rispettato o no?

Totti non aver paura

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Ho visto “Dieci”, lo speciale del Novantesimo minuto su Francesco Totti. Il servizio ha detto più o meno tutto, dal debutto nel 1993 fino alla doppietta dell’altro giorno. Ci sono stati dentro – poi – Mazzone, Sensi, il cucchiaio a Van der Saar. E anche er cuppolone e Lando Fiorini e il Tevere, insomma quelle cose lì.

Io quando approccio il fenomeno Totti non so mai bene cosa pensare. Fenomeno da intendersi in senso soggettivo e non oggettivo. Anche perché l’aspetto sociologico dell’attaccamento alle “bandiere” ha bisogno di poche spiegazioni: una città, un gruppo, una nazione deve (deve!) riconoscersi nelle “bandiere”.

Non so cosa pensare del Totti calciatore fenomenale, perché – anche se mi faccio aiutare dall’etimo (“faino” in greco vuol dire mostro, manifesto) – non mi spiego come una classe immensa e un carisma indiscutibile (che si manifestano in modo naturale) e una capacità di cambiare le partite da solo (che si mostra anche a 38 anni) non siano stati in grado di affermarsi con l’irrevocabilità delle cose ineluttabili. Perché, a parte gli scudetti (pochi), anche il Mondiale non è stato il Mondiale di Totti, se ci pensate bene.

E allora ritengo che qualcosa sia mancato, al Totti calciatore. Che qualcosa (troppo) sia rimasto in canna. Che avrebbe potuto ancora mostrare un sacco di cose, quel calciatore fenomenale. E faccio una domanda, anche se pare una bestemmia: e se a Totti fosse mancato il coraggio di manifestare urbi et orbi di essere un campione? Se l’amore per Roma e i romani fosse stato solo un alibi per non navigare mai veramente in mare aperto?

Sì, uno scudetto con la Roma vale dieci titoli con il Real Madrid, ma tu intanto vincine dieci di titoli e diventa re di Spagna. Provaci. Vuoi scommettere che a Roma ti avrebbero voluto più bene di quanto te ne vogliono adesso?

Il pruriginoso Vauro

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Ok, la satira deve essere graffiante. Corrosiva, è stato detto. Sfrontata, persino. Sono scorsi fiumi di commenti e di pensose articolesse dopo la mattanza di Charlie Hebdo. E la libertà di qua e il diritto di critica di là, e l’irriverenza contro il potere di sopra e la tradizione occidentale di sotto. Non ci piegheranno, questi sono i nostri valori, li difenderemo contro ogni barbarie.

Ma ora spiegatemi bene una cosa, con parole semplici che possa capire anch’io: la vignetta che Vauro ha dedicato al ministro Boschi quale tipo di tradizione occidentale incarna? Quale diritto di critica viene esercitato disegnando una donna che “piscia in piedi” (parole sue ndr.)?

Sì, irriverente lo è. E anche graffiante. E pure corrosiva. Però è anche buzzurra e volgare e – sì, diciamolo – sessista, ma di un sessismo da bettola, talmente cavernicolo da risultare incredibile che qualcuno si presti a riderci su. Lo dirò in francese (la Francia è la patria della libertà dopotutto): questa vignetta fa schifo.

E fossi la Boschi non me la prenderei più di tanto. Inviterei però Vauro a osservare una donna che cerca di fare il ministro. Magari sbirciandola dal buco della serratura.

L’uva di Enrico Letta

Governo: fredda e veloce stretta di mano tra Renzi e LettaQua si è piuttosto preoccupati per la deriva comportamentale di Enrico Letta. Che è giovane dopotutto e potrebbe giocarsi le sue chance di rivincita, ma che si sta irrimediabilmente prodizzando. O dalemizzando, fate voi. E non è un buon segnale.

Intervistato oggi da Monica Guerzoni del Corriere della sera spende tutta la prima parte a sottolineare la propria cifra internazionale (Libia, Europa, Turchia). Certo, il contesto orienta le domande della giornalista: l’ex premier si trova infatti a New York per aprire il forum di Change the world al Palazzo di Vetro.

Però si ha come la sensazione che Letta giochi a fare il D’Alema che quando gli chiedi qualcosa sulla politica italiana esordisce sempre parlando di Iran o di socialismo europeo o di quella volta con Condoleeza, salvo poi piazzare due colpi da ko che denotano una certa dose di partecipazione alle vicende italiane, diciamo.

O come Prodi-il-padre-nobile, quello che va e torna spesso dalla Cina, quello che “in Paesi dove il costo della mano d’opera è più basso come Myanmar, Vietnam, Bangladesh” eccetera, quello che prima che politico è un economista. Salvo poi – pure lui – cadere nella trappola della volpe e l’uva: cosa vuoi che me ne freghi dei grappoli italiani, a me?

Solo che Letta fa un po’ specie. Perché avrebbe modo di giocarsela diversamente. Gli chiede, la giornalista: “Andrà alla direzione del partito democratico lunedì? E lui, secco: “Ho lezione a Parigi”. Capito? A Parigi. Io insegno a Parigi, qual è – secondo lei – la percentuale di interesse per Renzi e per il Pd? Zero. Solo che poi si fa scappare una stilettata al curaro degna della miglior tradizione democristiana.

Eccola. Giornalista: “Come voterà al referendum di ottobre?”. Letta: “Premesso che il mio governo impostò il lavoro per il superamento del bicameralismo, quando tutti i dati saranno chiari, dirò come la penso. Ma non mi sento di criticare Renzi per aver deciso di investire su questo tema. Lo stesso fece Berlusconi sul referendum del 2006, anche se poi lo perse”.

Traduzione: quando tutti i dati saranno chiari, dirò che è una riforma raffazzonata e vagamente berlusconiana; Renzi perderà e – visto che ha investito molto su questo tema – si dovrà dimettere. E io riuscirò finalmente ad agguantare quel grappolo succoso che non riesco a togliermi dalla testa.

La differenza tra Veltroni e D’Alema

ROMA, TEATRO BRANCACCIO . PARTITO DEMOCRATICO

Dopo l’intervista di D’Alema al Corriere della sera è psicodramma. O guerra civile, chiamatela come vi pare. C’è poco da fare, quando parla lui tutti lì a pendere dalle labbra, quelli che lanciano la ola e quelli che “D’Alema non ne ha azzeccata una”. Max si mette a capotavola e i commensali lo guardano mentre taglia il pane.

Che poi – intendiamoci – il boccone avvelenato, più che per Renzi (al quale semmai le critiche di D’Alema giovano), è tutto per la minoranza dem. Si riuniscono e che ti fa il vero leader? Traccia la linea e poi, certo che ci va alla contro-Leopolda, ma a parlare di politica internazionale, diciamo.

Intanto Bersani e Speranza e Gotor e Pippo e Pluto lì – a Perugia, in una specie di sala da pranzo della cresima – a sentenziare che no, noi rimaniamo nel Pd ché le battaglie si fanno da dentro, epperò giù le mani dall’Ulivo. D’Alema gli assesta un calcio negli stinchi e loro si fanno medicare a bordo campo e poi rientrano continuando a ripetere le stesse cose, solo con una benda in più.

La chiave di lettura sta tutta in una frase di Renzi: per ora con Orfini andiamo d’accordo su tutto. Per-o-ra. Sì, perché sono Orfini e i “giovani turchi” il futuro dell’opposizione interna all’attuale presidente del consiglio. Sono Orfini e i “giovani turchi” quelli che raccoglieranno le spoglie di un’eventuale disfatta di Renzi. Non Bersani, non Gotor, non Pluto. E nemmeno il “giovane” Speranza.

C’è però una terza posizione. Più paracula. Più veltroniana, se vogliamo. E infatti è quella di Veltroni. Indicato come una delle eminenze che – al pari di D’Alema e Bersani – dissentono dalla linea dell’attuale Pd, Walter – da par suo – si smarca, si chiama fuori e manda una puntuta (e ambigua) lettera di precisazioni al Corriere della sera.

“Caro direttore – esordisce – il mio nome è stato associato a quello di dirigenti della sinistra che hanno manifestato, legittimamente, ragioni di dissenso rispetto all’attuale linea del Pd. Vorrei solo semplicemente dire che non è vero. Come si sa, per mie scelte personali, non partecipo da anni al dibattito interno della variopinta articolazione di correnti e posizioni del Pd”.

Ecco qua: non sono contro Renzi e le correnti sono “variopinte” e “non partecipo da anni”. Anche se “ho sostenuto e sostengo l’ispirazione di molte scelte assunte, in questi ultimi anni, dal Pd”. Attenzione alle parole: “ispirazione di molte scelte” non è la stessa cosa di “scelte” e in “questi ultimi anni” ci sta dentro un po’ tutto, l’Ulivo, l’Unione, Letta eccetera. Non solo Renzi.

Insomma, il solito Veltroni, quello che con D’Alema presidente del consiglio lavorò sistematicamente al depotenziamento dell’azione del governo. Lo tenga ben presente D’Alema quando attacca Renzi, che – per inciso – sta facendo quello che lui non riuscì a fare perché allora una parte del partito (“variopinto” anche a quell’epoca) si mise di traverso.

E chieda una cosa semplice semplice a Veltroni: stavolta, di preciso, con chi stai?

Hanno ammazzato Baffo, Baffo è vivo (più o meno)

1987_veltroni_dalema_mussi_angius_pietro-salvagniNell’intervista rilasciata a Cazzullo del Corriere della sera, D’Alema spara a palle incatenate contro Renzi e i renziani, senza lasciare spazio alle intepretazioni: “metodi staliniani”, “siamo oltre l’arroganza. Siamo alla stupidità”, “la cultura di questo nuovo Pd è totalmente estranea a quella originaria”. Roba forte.

La mia posizione su D’Alema, espressa un paio d’anni fa, non è cambiata di una virgola (qui diffusamente e anche qui): quello che ha fregato – lui e la sinistra – è la mancanza di coraggio. E ora il vero dalemiano è Renzi. Punto.

Aggiornamento
Insomma ho come l’impressione che D’Alema urli perché sconfitto, non perché sia del tutto contrario alla strategia di Renzi di allargamento al centro. Critica Renzi perchè sta riuscendo a fare quello che a lui – per varie ragioni – non è riuscito.

Giuliano Ferrara lo spiega sul Foglio:
D’Alema si dà sempre arie di realista e di togliattiano (…) parlare di con disprezzo dell’idea stessa di un partito della nazione è contrario a tutte le premesse della sua ex cultura politica. Dovrebbe saperlo. Il Pci, che era diverso dal Pds, dai Ds o come si sono poi chiamati, ha passato l’intero corso della sua storia alla ricerca di una legittimazione e di una egemonia che quello siginficavano, partito della nazione”.

E anche la difesa dell’esperienza dell’Ulivo è, se vogliamo, un po’ curiosa in uno come D’Alema. La mia idea è che l’ex primo ministro sia diventato ulivista suo malgrado, perchè forse è l’unico modo – oggi – per contrastare chi sta cercando di vincere utilizzando lo schema (giusto) che D’Alema contrapponeva un tempo all’Ulivo. Il problema di D’Alema è che questa cosa non la sta facendo lui, ma Renzi.

Mi faccio aiutare da Roberto D’Alimonte che sul Sole 24 Ore scende nel dettaglio, spiegando come le vittorie dell’Ulivo siano arrivate in realtà più per caso che per disegno strategico (e questo forse D’Alema ce l’ha bene in testa):

Nella ricostruzione dei nostalgici sembra che l’Ulivo sia una specie di epoca d’oro del centro-sinistra (…) L’Ulivo ha vinto due volte le elezioni. Mai da solo. E sempre per caso. La prima volta nel 1996. Allora la coalizione di centro-sinistra comprendeva anche Rifondazione comunista. L’accordo tra il partito di Cossutta e l’Ulivo non era politico ma solo elettorale. Li legava un patto di desistenza. Quel centro-sinistra prese il 44,9% dei voti maggioritari alla Camera. Tutto il centro-destra ne raccolse il 51,3%. Nell’arena proporzionale il distacco era ancora maggiore. Prodi vinse perché i suoi rivali erano divisi. (…) Nel 2006 vinse di nuovo Prodi. Ma fu un’altra vittoria per caso. L’Ulivo c’era anche allora. Questa volta dentro all’Unione. Una coalizione acchiappatutti, composta da 14 liste alla Camera e 20 al Senato. L’Ulivo ne era solo una componente. L’Unione vinse alla Camera per 25 mila voti, ma perse al Senato. È grazie a Tremaglia e agli errori fatti dalla Casa delle libertà nella presentazione delle liste nella circoscrizione estero che Prodi riuscì ad avere un seggio in più di Berlusconi”.

Poi nel 2013 c’è stata la “non vittoria” di Bersani.
Un evento politico traumatico per il popolo del centro-sinistra – scrive ancora D’Alimonte - Renzi è il frutto di quel trauma. Chi lo critica usando strumentalmente il mito dell’Ulivo lo fa perché quel mito serve a nascondere la debolezza elettorale e le profonde divisioni che ancora oggi caratterizzano la frastagliata e litigiosa sinistra italiana (…) Per vincere il Pd deve allargarsi o affidarsi al caso. Renzi preferisce la prima strategia alla seconda. Molti dentro e fuori il Pd preferiscono la seconda. D’Alema tra questi”.

Lo storytelling della luce accesa nell’ufficio di piazza Venezia

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A me il direttore Mauro Felicori che si ferma a lavorare nel suo ufficio della Reggia di Caserta fino a tarda ora non convince del tutto. Intendiamoci, bravo-bravissimo. Soprattutto perché lo fa da dipendente pubblico e Dio sa se ce n’è bisogno. Però trovo ci sia qualcosa di fasullo nello storytelling (si dice così, ora) di questo funzionario weberiano in terra casertana. Superomismo travestito da consuetudine: vedete – ecco il sottotesto – in un paese in cui la regola dovrebbe essere il rispetto del proprio dovere, l’unico modo per raggiungere la normalità è affidarsi ad un solo uomo che si carica sulle spalle il peso dell’esempio e indica la rotta. Com’era quella storia della luce sempre accesa nell’ufficio di Mussolini in piazza Venezia? Che uno si chiede: ma è proprio così? Siamo sicuri che non si riesca a fare il proprio dovere nell’orario di lavoro? Anche perché, in tutte le interviste cui si è sottoposto, nessuno ha mai fatto una domanda semplice semplice, a Felicori: mi scusi direttore, ma, posto che anche chi lavora nel privato alle 20 più o meno stacca, fino alle 21-21.30 lei in ufficio con precisione cosa fa che non si possa fare da casa, magari con un portatile? Secco secco, così. Dopodiché, fanculo ai sindacati che difendono i fancazzisti.

“Così vogliamo riempire il fossato tra eletti e cittadini”

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Ferruccio De Bortoli fa un editoriale e la ministra Maria Elena Boschi gli risponde a stretto giro. Crisi della rappresentanza, democrazia, riforme istituzionali, sistemi elettorali e primarie, débat public, pericoli e risorse del web. Roba spessa. Quindi scusate questo mio gusto di buttarla sempre in caciara.