L’INVITO A STRASCICO DI DI MAIO

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Oggi il presidente Mattarella dà il via alle consultazioni che dovrebbero portare alla formazione del nuovo governo. Lo scenario è piuttosto ingarbugliato, diciamo. La luna di miele tra M5s e Lega è durata giusto il tempo di salutare l’insediamento dei presidenti di Camera e Senato e ora pare si sia tornati allo stallo. Il Pd se ne sta sulla collina (per ora), Berlusconi ricorda a Salvini che senza di lui la Lega è destinata a fare il vaso di coccio, mentre i 5 Stelle…

Ecco, i 5 Stelle. Come si muoveranno i 5 Stelle? Di Maio ha dettato la linea e forse è questa la novità con la quale si apre il rito degli incontri tra il presidente della Repubblica e le delegazioni. Qui c’è il nostro «contratto per il governo» – dice il leader pentastellato – Siamo disponibili a sottoscriverlo sia con la Lega che con il Pd, a patto che Salvini mandi a quel paese Berlusconi e il Partito democratico si sbarazzi di Renzi.

Una novità – questa di Di Maio – che è stata giudicata da diverse angolature. E’ una mossa tattica che nasconde un messaggio alla Lega; è una carezza al proprio elettorato che ha dovuto digerire l’accordo per la Casellati al Senato; è un’indebita interferenza in casa altrui; è la prova provata che i grillini vogliono forzare la mano per andare nuovamente alle urne; è il tentativo di buttarla in caciara per favorire un accordo altro e ritagliarsi l’eterno ruolo di oppositori del sistema.

Io credo che nella mossa di Di Maio ci sia un aspetto che va oltre il qui e ora. In quell’invito a strascico non c’è superficialità nè sconsideratezza e neppure, nel migliore dei casi, tatticismo. Nel «per me pari sono» c’è la convinzione ferma e irrevocabile di stare dalla parte giusta. C’è – in una parola – la Verità del Contratto Sociale di Rousseau, la rotta tracciata di un Programma che non ammette arretramenti nè scarti di lato, l’inflessibilità di una Legge che sì, teorizza contatti con gli impuri, ma a patto che si convertano.

Ecco perché la Lega vale il Pd. E Mattarella si metta di lato.

MI E’ SEMBLATO DI VEDELE UN GATTO

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Sono ormai alcuni giorni che gli osservatori, i commentatori, gli anchorman puntano sulla seguente narrazione: i 5 Stelle stanno mutando. Da strilloni si trasformano giorno dopo giorno in uomini politici a tutto tondo, da praticanti del vaffanculo si scoprono teorici della «politica dei due forni», da irriducibili masanielli virano verso comportamenti istituzionalmente più che potabili.

La scatoletta di tonno del Parlamento – a quanto pare – non solo l’hanno aperta, ma ci si sono sistemati dentro in maniera più che confortevole. A questo proposito suscita curiosità lo stile, sicuramente irreprensibile, con il quale la Taverna  si esibirà alla guida del Senato, appena le si presenterà l’occasione.

Insomma parlano con Confindustria, trattano (e chiudono) con la Lega, fanno accordi (non inciuci, sia chiaro) con il centrodestra, lanciano ammicchi al Pd da consumati alfieri della realpolitik, sì, in a parola, imparano a stare al mondo. Ma sarà poi così? O non c’è da parte dell’establishment una voglia matta di raccontarsela?

C’è una bella favola di Esopo. Una gatta si innamora di un bel giovane. Afrodite, dea dell’amore, la trasforma allora in una donna bellissima. Il giovane naturalmente se ne invaghisce e la chiede in moglie. Il giorno delle nozze, durante il banchetto, un topolino sfreccia attraverso la sala. La sposa, non ricordando che non era più una gatta, balza sul tavolo  e agguanta il roditore, tra gli sguardi estrerrefatti degli invitati.

Di Maio e i 5 Stelle siedono a tavola belli composti, ma sono quelli che non possono fare a meno di dare ascolto a un comico che straparla di fine del lavoro e che, in tutone da foca, traccia linee sulla sabbia di una spiaggia della Toscana. Sono quelli che compulsano febbrilmente l’intervista di Casaleggio al Wp e che prendono l’ostia della democrazia diretta (cioè di un totalitarismo 4.0) pur essendo chiaro che il posto a tavola glielo ha dato la democrazia rappresentativa. Sono quelli che ora-devono-venire-tutti-a-parlare-con-noi e immaginate cosa direbbero se invece del 32 prendessero il 50%.

Ecco, qua si crede che, appena il topolino sfreccerà tra i banchi di Camera e Senato, Di Maio, Toninelli, Bonafede e tutti i gatti che siedono a Montecitorio e a Palazzo Madama obbediranno alla propria natura di soggetti prepolitici e sostanzialmente antidemocratici.

Con buona pace di osservatori, commentatori e anchorman.

LA SINISTRA E LA PAURA DEL MARE APERTO

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Mai con i 5 Stelle. Provino a governare loro, con l’altro vincitore delle elezioni, la Lega. La linea dettata da Matteo Renzi all’indomani della disfatta elettorale è chiara. Mai!

Epperò nel Pd comincia a stagliarsi un’area dialogante che, in vista delle imminenti consultazioni di Mattarella, vorrebbe far uscire dall’angolo un partito che la sua, invece, avrebbe ancora da dirla, ma che in occasione della scelta dei presidenti di Camera e Senato «non ha toccato palla», per scelta tattica. Dario Franceschini – che peraltro si dice avesse già tentato una sortita subito dopo il 4 marzo – sta tessendo la sua tela. A lungo termine, se è vero che il ministro della cultura punti al 2022, quando scadrà il mandato di Mattarella.

Ma per capire cosa bolla nel pentolone del Nazareno – e di quale sia la partita «solita» all’interno di un partito che ha avuto la responsabilità della guida del paese per cinque anni – bisogna leggere l’illuminante intervista ad Andrea Orlando oggi sul Corriere della sera. «La salita al Colle – dice – è la prima occasione nella quale il Pd può parlare agli italiani e dire che tipo di opposizione vogliamo fare alla eventuale nascita di un governo giallo-verde».

La chiave di tutto – dei futuri, dei presenti, ma soprattutto dei passati rapporti di forza all’interno del Pd – sta nell’affermazione che segue: «se è ineluttabile (fare opposizione ndr.), dobbiamo decidere se gli facciamo una opposizione da destra o da sinistra». Che uno si chiede: ma che opposizione vuoi fare a un governo con – dentro – Salvini e FdI? Un governo in cui il detentore della golden share sono i 5 Stelle che hanno un’idea della rappresentanza che non sembra proprio in linea con quella di una sinistra moderna e liberaldemocratica? Perché è questa la sinistra che vuole il Pd, giusto?

Orlando, per giustificare la linea aperturista, propone – da politico navigato – la distinzione tra «dialogo» e «alleanza» con i pentastellati (cosa vuol dire «dialogo»: non sfiducia come alla fine degli anni Settanta?), ma ho l’impressione che la necessità di parlare con di Maio, più che un servizio al paese, sia funzionale alla riproposizione del vecchio schema che ha azzoppato il segretario uscente.

Nelle parole di Orlando torna in superficie il fiume carsico della lotta interna che ha impedito a Renzi – per colpa anche di Renzi e della sua fretta, sia chiaro – di sfruttare appieno un’occasione forse irripetibile per riformare un paese ripiombato nel pieno della Prima Repubblica. Quando Orlando dice – oggi – che il Pd deve fare «opposizione di sinistra» continua a pensare che – ieri – Renzi non lo sia stato abbastanza e che – domani – abbia intenzione di portare il partito su posizioni che lo saranno sempre meno.

«Il rischio più grande per il Pd – ecco il punto, spiegato bene – è smarrire la sua funzione. Non abbiamo molto tempo e io vedo due strade. Attendere l’eventualità che Forza Italia sia dilaniata dall’Opa di Salvini e capitalizzare l’uscita di parte di quell’elettorato, oppure provare a recuperare i milioni di voti popolari andati a Lega e 5 Stelle».

Qua si pensa che il voto della sinistra riformista – quello cui il Pd deve puntare – non sia andato a Lega e 5 Stelle, ma che sia rimasto impiastricciato nelle beghe interne di un partito che non ha ancora avuto il coraggio di prendere il mare aperto. Mare in cui, a breve, ci saranno anche quei pezzi di centro che con Salvini non ci vogliono stare.

Ecco perché la partita che si sta giocando nel Pd non è solo «tattica», ma riguarda il futuro della sinistra.

QUANDO LA SINISTRA ERA GIOVANE, SIGNORAMIA

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“L’idea è passare dalla democrazia animale a quella vegetale. Nella prima c’è un cervello che dà gli input agli organi, in quella vegetale ci sono una serie di apparati che contribuiscono alla salute della pianta in modo autonomo. (…) Come dice il saggista Fritjof Capra, le comunità sono pronte a grandi sfide perché hanno la sicurezza affettiva, a differenza delle organizzazioni classiche. Così capitava anche per la sinistra quando era giovane”.

Ora io sono il primo ad essere convinto – con Carlin Petrini – che la sinistra debba ricominciare a parlare agli ultimi, a chi non ce la fa, agli operai. In una parola, al popolo.

Possibilmente evitando di dire cazzate, però.

VELTRONE, LUI NON FA L’OPPOSIZIONE

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“Passai una notte con un mal di testa bestiale a decidere la mia vita a 18 anni. Avevo spalancate le porte dei miei due amori: la politica e il cinema”. In questa autodescrizione del proprio stato d’animo, quando gli propongono nel 1975 di diventare capo della Fgci romana, c’è tutto Veltroni. “Il pensoso osservatore delle cose del mondo che si presta alla politica solo provvisoriamente – scrive Andrea Romano in Compagni di scuola – nella perenne attesa di cambiare mestiere”.

Ecco, leggendo la chiusa dell’intervista che rilascia oggi ad Aldo Cazzullo sul Corriere della sera (“ho fatto una scelta diversa”), viene da chiedersi quale sia la diversità di uno che non solo il mestiere non lo ha mai cambiato in 43 anni, ma continua a dettare la linea con la svagatezza di un novello Gastone, il “danseur” di Ettore Petrolini. E la linea è: governo del Presidente, se i Cinque stelle ci stanno. «Il Pd fa bene per ora a stare dov’è – detta – All’opposizione». Per ora, appunto. 

Gastone ne ha fatte di cose «politiche», in 43 anni. E non solo quel 34% alle politiche del 2008 (anche se la storia dice 33,2), ma anche la fuga in Campidoglio dopo i capitomboli alle europee del 1999, alle regionali del 2000 e alle politiche del 2001. Sempre incarnando un impasto tra radicalità e riformismo, riproposto ancora oggi a Cazzullo, improvvisandosi spartachista – “la sinistra non è nata con i parlamenti; è nata con la rivolta degli schiavi”. Che, detto da chi asseriva di non essere mai stato comunista, suona onestamente curioso.

Ecco il punto: per riconquistare voti, la sinistra deve recuperare il “rapporto con il popolo” perché “senza il popolo non esiste la sinistra”. E poi giù coi soliti attrezzi del mestiere: la “coriandolizzazione dell’esperienza umana”, la “democrazia oltre la disintermediazione”, “il sacrifico di Marielle Franco” (l’attivista brasiliana che per qualche giorno prenderà il posto di Olof Palme, diciamo).

La musica che esce dal grammofono è sempre la stessa: l’ex direttore de l’Unità, vicepremier, segretario del Pd, sindaco di Roma, esploratore dell’Africa, ha creato un personaggio che ripropone bello e intatto. Un surfista verbale, per il quale “l’errore drammatico è stato togliere alla nostra comunità le emozioni” e “il partito come intellettuale collettivo” è “la meraviglia del capire insieme”.

Insomma, Veltroni è l’“artista cinematografico”, il “fine dicitore” che guarda sempre oltre e che parla del presente – “col guanto penzolone” – senza mai entrarci dentro.

Un attore consumato che con questa sua ennesima uscita torna di nuovo al centro della scena. Politica, non cinematografica. Essendosi dimenticato il “mal di testa bestiale” del 1975.

PERCHÉ È SBAGLIATO AMOREGGIARE COI GRILLINI

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L’elenco ragionato è di qualche giorno fa. Sul Corriere della sera Paolo Mieli si è preso l’onere di elencare “a futura memoria” i nomi di tutti quelli che – subito dopo il risultato elettorale – hanno propugnato una sorta di compromesso storico tra M5s e Pd. «L’incredibile corsa del ceto medio riflessivo della sinistra italiana sul carro dei Cinque Stelle», ha scritto non senza qualche ragione.

Tra gli altri, ci sono – sopra – la Spinelli, Zagrebelsky, Cacciari, lo storico dell’arte Montanari, Flores D’Arcais, il politologo Pasquino. E poi varia gente del mondo dello spettacolo – Pif su tutti – e politicame vario, da Di Pietro a Crocetta. Tutti a dire che il senso di responsabilità vorrebbe…, l’Aventino non è una soluzione…, eccetera. Pasquino ha addirittura detto che la scelta di stare all’opposizione sarebbe «sovversiva». Lo ripeto: sovversiva!

Ora, non è tanto l’aspetto tattico a rendere sbagliato il matrimonio. Puoi anche accettare di allearti con una forza che abbia una visione diversa dalla tua in vista di un obiettivo comune. Il Pd lo ha fatto con Monti e con Letta. Lo rifarà, se se ne avvisasse la necessità. La stessa tradizione comunista – a partire dalla «duttilità» di Togliatti – insegna che la politica è compromesso, nel senso alto del termine.

Qua però il problema è più grosso: strategico e ideologico. Si vorrebbe un’alleanza (o una non belligeranza) con il M5s perché – si dice – sono di sinistra, hanno pescato nell’elettorato di sinistra e – in fondo – sono più simili al Pd di quanto non lo sia la destra a trazione leghista.

Ecco, l’abbaglio – strategico – sta nella convinzione che alleandoti con Di Maio prima o poi il tuo elettorato torni a casa: l’errore – ideologico – sta nel ritenere che il M5s – la sua organizzazione e i suoi militanti – sia un partito di sinistra. O meglio, di una sinistra moderna e riformista, come il Pd vorrebbe essere.

Dalla rivoluzione francese sono nate due tradizioni politiche, entrambe con intenzioni emancipatrici. La prima, facendo leva sulle pulsioni alla libertà dell’individuo, è sfociata nel liberalismo e nelle democrazie occidentali. La seconda, privilegiando la salvezza del Tutto, ha prodotto i vari totalitarismi del secolo passato. Rousseau (nel senso di filosofo e non di piattaforma) fa parte di questa seconda tradizione. Che ha generato anche Mao e Pol Pot, per dire.

Estremizzando, penso che M5s e una parte di sinistra – quella che non è stata mai del tutto sconfitta e continua ad avvelenare i pozzi del riformismo – siano accomunate proprio da questa visione. Che è una visione illiberale e di destra. E fa male il «ceto medio riflessivo della sinistra italiana» a non accorgersene.

Altro che allearsi con Grillo, dunque! Il Pd non solo commetterebbe un gravissimo errore, ma continuerebbe a inseguire un’idea sbagliata e reazionaria. In fondo, l’eterno problema della sinistra italiana.

LE NOZIONI DI LOGICA E IL BUON DIO

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«Se ci impediranno di andare al governo, sarà chiaro a tutti che sono degli irresponsabili. Gli italiani si aspettano responsabilità da chi ha fatto questa legge elettorale».

«Se si tornasse al voto tra due mesi, senza neanche bisogno di fare una nuova legge, sarebbe come un ballottaggio tra noi e la Lega. Un secondo turno alla Macron»

Stando all’articolo di Annalisa Cuzzocrea su Repubblica di oggi, latore di entrambe le proposizioni è il medesimo soggetto. Allora, seguite insieme a me queste semplici notazioni logiche:

  • Ma la legge elettorale è buona o cattiva? Impedisce di governare (ora) o è una specie di doppio turno francese (domani)?
  • Ammettiamo che si rivoti tra due mesi e si riprospetti una situazione come l’attuale : il Rosatellum resterebbe un sistema che impedisce di «andare al governo»? (si prega rispondere ora)
  • Bontà di Dio!